Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























venerdì 4 febbraio 2011

Caso Ruby: la Camera rimanda

Approvata la relazione della Giunta per le autorizzazioni

Caso Ruby: la Camera rimanda gli atti alla procura di Milano



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Misiti con la maggioranza che aumenta di un voto. Berlusconi assente, Barbareschi astenuto per errore

MILANO – La Camera ha approvato la relazione di maggioranza sulla richiesta di perquisizioni nei confronti di Silvio Berlusconi nell’ambito del caso Ruby. I voti favorevoli sono stati 315, quelli contrari 298, astenuto il finiano Luca Barbareschi, che poi ha fatto mettere a verbale che la sua astensione è stata frutto di un errore. La relazione di maggioranza prevede il rinvio degli atti alla procura di Milano in quanto ritiene competente il Tribunale dei ministri poiché Berlusconi avrebbe telefonato alla questura milanese per chiedere notizie di Karima «Ruby» el Mahroug in quanto la riteneva nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak.
LA NUOVA CONTA – La maggioranza ha ottenuto i previsti 232 voti dal Pdl (mancava Berlusconi), 59 dalla Lega, 21 dai Responsabili, i due di Nucara e Mannino, più quello nuovo di Misiti, ex Mpa ora al Gruppo misto. Non ha partecipato al voto come consuetudine il presidente della Camera Gianfranco Fini. Il Pd aveva reso noto che «per gravi e documentate ragioni di salute» sarebbero mancati tre deputati. Non hanno preso parte alla votazione in tutto dodici parlamentari, quasi tutti dell’opposizione; i tre Pd (Cinzia Capano, Marco Fedi e Anna Rossomando), i finiani Giulia Cosenza e Roberto Rosso, l’Udc Luca Volontè, Gianni Vernetti (Api), il Lib-Deb Italo Tanoni e Karl Zeller (Svp). L’esponente dell’Mpa Ferdinando Latteri, insieme ai parlamentari del Gruppo misto Antonio Gaglione e Paolo Guzzanti non erano presenti. In missione Daniela Melchiorre (Lib-Dem) e Siegfred Brugger (Svp). Con il voto di giovedì sera la maggioranza aumenta la sua forza parlamentare rispetto ai 314 voti ottenuti il 14 dicembre sulla mozione di sfiducia e la settimana scorsa sulla mozione di sfiducia al ministro della Cultura, Sandro Bondi. I voti sono stati 315, ma avrebbero potuto essere 316 se Berlusconi si fosse presentato al voto.
MISITI - Non si sbilancia su un suo passaggio nella maggioranza Aurelio Misiti, che si dice pronto a concedere anche la fiducia a Berlusconi «per cose serie, non per belle ragazze», ha detto il deputato che oggi si è dimesso dall’Mpa («ma per altre vicende»). «Ho sempre votato guardando ai contenuti», ha aggiunto.
PD: «BERLUSCONI VIA» – Il capogruppo Pd alla Camera Dario Franceschini, durante il dibattito aveva chiesto a Berlusconi – che non era presente perché ufficialmente «in missione» – di dimettersi in quanto «ha esposto il Paese al ridicolo davanti al mondo e a rischi dovuti al fatto che è ricattabile». «Siamo alle tecniche di sopravvivenza», ha commentato il voto il segretario del Pd Pier Luigi Bersani. «Abbiamo visto uno spettacolo avvilente con argomenti umilianti per il Parlamento: con quello che succede in Egitto si vota su questa roba».
MAGGIORANZA – «I numeri sono buoni, per adesso andiamo avanti», ha commentato Umberto Bossi. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, aveva annunciato che «la maggioranza sarebbe stata compatta, non nella difesa di Berlusconi in quanto persona, ma nella difesa del diritto di un parlamentare». «Ogni volta che provano a dare una spallata sbattono al muro: non ci sono riusciti sul federalismo, non ci sono riusciti in aula», ha commentato il ministro della Difesa, Ignazio La Russa. «Siamo a 316 più un astenuto», ironizza poi il ministro su Barbareschi. «E quell’astenuto continuerà ad astenersi perché io non lo voglio». «Barbareschi che prima si astiene e poi si corregge è la cosa più divertente di questi giorni bui della democrazia. Ormai è lo spot di se stesso, fa parte della sua strategia di comunicazione», ha commentato il finiano Fabio Granata.
PROCURA MILANO – L’esito del voto era dato per scontato alla procura di Milano. Inquirenti e investigatori stanno lavorando per sistemare il fascicolo e limare la richiesta di giudizio immediato per Berlusconi, indagato per concussione e prostituzione minorile. Richiesta che probabilmente lunedì prossimo verrà inoltrata al gip Cristina di Censo. Il procuratore della Repubblica, Edmondo Bruti Liberati, ha ripetuto che gli intercettati sono stati una quarantina e che per le intercettazioni sono stati spesi in tutto 26 mila euro. Invece durante il dibattito a Montecitorio Maurizio Paniz (Pdl) ha affermato che l’inchiesta «è costata un milione di euro con 150 mila intercettazioni e 150 uomini impegnati nelle perqusizioni». Bruti Liberati ha aggiunto che «le foto che abbiamo visto sono irrilevanti dal punto di vista dell’inchiesta», riferendosi ad alcune immagini che alcuni organi d’informazione hanno definito «compromettenti».

Redazione online
03 febbraio 2011



 


Ora, tra Berlusconi e Fini, tutto ritorna in alto mare. Come prima. Se è possibile, peggio di prima. Molto peggio. Va per aria la pace concordata per scrivere insieme una legge immunitaria costituzionale e quindi la road map che avrebbe consentito al governo di vivacchiare per lo meno fino ai primi mesi del 2012 quando il referendum confermativo avrebbe dovuto decidere il destino della legislatura. Che cosa è accaduto? Perché il presidente della Camera ha chiesto ai suoi “ambasciatori” Italo Bocchino e Giulia Bongiorno di chiudere ogni canale di comunicazione e trattativa con il ministro della Giustizia Alfano e l’avvocato del Cavaliere Ghedini? Quali evidenze hanno convinto Fini che quella trattativa politico-legislativa è una falsa trattativa, una trappola, soltanto un modo per temporeggiare in attesa che si concluda il character assassination; una parentesi tattica per dar modo agli “assassini politici” di concludere il lavoro sporco di demolizione di ogni affidabilità pubblica del co-fondatore del Popolo della Libertà? La risposta che si raccoglie negli ambienti vicini al presidente della Camera non è ambigua: “Fini ha qualche prova e la ragionevole certezza che le informazioni distruttive che ogni giorno vengono pubblicate da il Giornale e Libero, controllati dal presidente del Consiglio, sono fabbricate in un circuito che fa capo direttamente a Silvio Berlusconi”.
Fini, nel pomeriggio di ieri, può dire ai suoi “ambasciatori” che quel che gli viene riferito, quel che gli viene mostrato, quel che ha accertato con indagini private non lascia spazio al dubbio. Gli uomini più esposti nell’aggressione riferiscono passo dopo passo del loro lavoro e delle loro mosse al Cavaliere. Che martedì, alla vigilia del titolo “Fini ha mentito, ecco le prove”, ha incontrato Vittorio Feltri e Alessandro Sallusti, i “sicari” del Giornale, e ieri Amedeo Laboccetta, il parlamentare del Pdl, vecchio esponente napoletano di An, capace di “muovere le cose” nei Caraibi grazie all’influenza di Francesco Corallo. Altro nome chiave – Francesco Corallo – di questa storia. Figlio di Gaetano, detto Tanino, latitante catanese legato al boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola, Francesco Corallo è nei Caraibi “l’imperatore di Saint Maarten”, dove gestisce con attività collegate a Santo Domingo alberghi, un giornale, quattro casinò con l’Atlantis World, multinazionale off-shore, partner dei nostri Monopoli di Stato nel business (complessivamente 4 miliardi di euro) delle slot machines ufficiali. Le mani che s’intravedono nella “macchina del fango” che muove contro Fini da mesi sono di Berlusconi, Feltri, Angelucci (editore di Libero), Laboccetta (Corallo), dicono senza cautela gli uomini del presidente della Camera.

“Non è più il tempo della prudenza. Abbiamo sufficienti informazioni per poter ricostruire che cosa è accaduto e per responsabilità di chi”. Gli uomini di Fini hanno isolato otto questioni “decisive per capire” e Flavia Perina, direttora del Secolo d’Italia, le ha ordinate come se fossero domande. “È vero, come ha scritto Libero che c’è un rapporto personale tra l’ex primo ministro di Santa Lucia e Silvio Berlusconi che “deve far tremare Fini” (nell’isola di Santa Lucia è registrata la società proprietaria dell’appartamento di Montecarlo affittato dal cognato di Fini, ndr)? È vero, come ha scritto il Giornale il 17 settembre scorso che sono stati inviati a Santa Lucia agenti dei Servizi e della Guardia di finanza, e chi li ha mandati? È vero che a Santa Lucia ci sono, e da tempo, inviati della testata di Paolo Berlusconi, il Giornale e del mondadoriano Panorama? E’ vero che la lettera di Rudolph Francis, con la dicitura “riservata e confidenziale” è stata fatta filtrare alla stampa estera attraverso un sito di Santo Domingo, località di residenza – guarda caso – di Luciano Gaucci? E’ solo una coincidenza che Gaucci sia la “mina vagante” della stagione dei talk show, indicato negli scorsi giorni come possibile ospite eccellente di Matrix, l’Ultima Parola e persino Quelli che il calcio? Cosa significa l’ambigua nota in coda alla lettera di Francis “le nostre indagini restano in corso in una prospettiva di una determinazione finale”? E ancora, come è immaginabile che il ministro di un paradiso fiscale giudichi “pubblicità negativa” la segretezza delle società off-shore, posto che essa è il principale motivo per cui il suo Paese sta in piedi? Dice niente a nessuno il fatto che l’attuale editore di El National, Ramon Baez Figueroa, sia anche proprietario di diverse reti televisive come Telecanal e Supercanal?”.
Gli otto dubbi retorici consentono di ricostruire il puzzle che, benché ancora monco, Gianfranco Fini ha sotto gli occhi. Indagini private gli hanno confermato che Giancarlo Tulliani non è il proprietario dell’appartamento di Montecarlo. Sospiro di sollievo: il giovane cognato avrebbe sempre potuto mentirgli ostinatamente, e fino ad oggi. Con la certezza dell’estraneità di Tulliani, Fini ha potuto sistemare meglio le altre tessere del mosaico. Si è chiesto: ma è ragionevole che un’isola (Santa Lucia) che vive con la leva della sua legislazione offshore si dia da fare per svelare i nomi dei proprietari di una società registrata in quel paradiso fiscale? Un non-sense. Epperò perché il ministro di Giustizia scrive che è Tulliani il proprietario delle sue società sospette? Ma è vero che questo ha scritto quel ministro? E’ autentica quella lettera o su carta intestata (autentica) è stata sovrapposto un testo apocrifo?
La lettera se la sono rigirata a lungo tra le mani, ieri, Giulia Bongiorno e Italo Bocchino e hanno concluso che o la lettera è del tutto falsa o, anche se non lo è, non aggiunge nulla di nuovo a quel che si sa perché conferma che, secondo fonti monegasche, Giancarlo Tulliani è il “beneficiario dell’appartamento” che potrebbe voler dire soltanto che Tulliani è – bella scoperta, a questo punto – l’affittuario dell’immobile. Gianfranco Fini è apparso più interessato a ricostruire, con le informazioni che ha a disposizione, lungo quale canale e con quali protagonisti quella lettera manipolata si sia messa in movimento consapevole che il mandante dell’assassinio politico provochi la fuga di notizie rimanendo al di fuori della mischia. Dicono che sul tavolo intorno a cui Fini ha incontrato i suoi collaboratori sia rimasto a lungo un foglio, presto annotato con nomi, frecce, connessioni. Lo si può ricostruire così.
Uomini dei servizi segreti o della Guardia di finanza raggiungono Santa Lucia (la notizia è del Giornale). Devono soltanto sovrintendere che “le cose vadano nel verso giusto”, che quel ministro di Giustizia dica quel che deve o fornisca le lettere con intestazione originale che necessitano. E’ stato lo stesso Silvio Berlusconi a predisporre le cose potendo contare sul “rapporto personale tra l’ex ministro di Santa Lucia e il nostro presidente del Consiglio”. Un legame (notizia di Libero) che “deve far tremare Fini”. Bene, viene confezionato il falso. Ora deve arrivare in Italia senza l’impronta digitale del mandante. Bisogna seguire le frecce sul foglio dinanzi a Gianfranco Fini. Da Santa Lucia la lettera farlocca (o ambigua) arriva su un sito e poi nelle redazioni di due giornali di Santo Domingo. Da qui afferrata come per una pesca miracolosa dal sito Dagospia. Ora – gli uomini di Fini chiedono – chi ispira Dagospia? Credono di saperlo. Anzi, dicono di saperlo con certezza: “Dagospia, sostenuto dai finanziamenti di Eni ed Enel, è governato nelle informazioni più sensibili da Luigi Bisignani, il piduista, l’uomo delle nomine delicate, braccio destro operativo di Gianni Letta dal suo ufficio di piazza Mignanelli”. Da Dagospia l’informazione manipolata slitterà sulle prime pagine di Giornale e Libero. Che potranno dire: abbiamo rilanciato soltanto una notizia pubblicata dalla stampa internazionale.
Una menzogna che tace e copre e manipola quanto ormai è chiaro a tutti dal character assassination di Veronica Lario, Dino Boffo, Raimondo Mesiano, Piero Marrazzo e ancora prima di Piero Fassino. Il giornalismo, diventato tecnica sovietica di disinformazione, alterato in calunnia, non ha nulla a che fare con queste pratiche che non sono altro che un sistema di dominio, un dispositivo di potere. Uno stesso soggetto, Silvio Berlusconi, ordina la raccolta del fango, quando non lo costruisce. Dispone, per la bisogna, di risorse finanziarie illimitate; di direzioni e redazioni; di collaboratori e strutture private; di funzionari disinvolti nelle burocrazie della sicurezza, magari di “paesi amici e non alleati”. Non ha bisogno di convincere nessuno a pubblicare quella robaccia. Se la pubblica da sé, sui suoi media, e ne dispone la priorità su quelli che influenza per posizione politica. È questa la “meccanica” che abbiano sotto gli occhi da più di un anno e bisogna scorgere – della “macchina” – la spaventosa pericolosità e l’assoluta anomalia che va oltre lo stupefacente e noto conflitto d’interessi. Quel che ci viene svelato in queste ore ancora una volta, con l’”assassinio” di Gianfranco Fini, è un sistema di dominio, una tecnica di intimidazione che minaccia l’indipendenza delle persone, l’autonomia del loro pensiero e delle loro parole. Il presidente della Camera sembra determinato a spezzare il gioco e, saltato il tavolo della non belligeranza, la partita appare soltanto all’inizio e sarà la partita finale.
23 settembre 2010
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La patacca dei Caraibi: ora chi risponde?


di Flavia Perina

Il solo fatto che la politica italiana sia appesa allo scoop di un giornale che si chiama Listin Diario, edito non a Washington o a Berlino ma a Santo Domingo, rivela l’abisso in cui la campagna di delegittimazione contro Gianfranco Fini sta sprofondando il nostro Paese. Attività di dossieraggio bugiardo ne abbiamo già viste nella notte della Repubblica, ma qui persino le modalità sono disonorevoli e grottesche.
La lettera del ministro della giustizia di Santa Lucia è stata tratta da un sito che “anticipa” la pubblicazione sul quotidiano. La solenne intestazione della missiva («Attorney – General’s Chambers») può essere scaricata da internet (www.slugovprintery.com/samples.php?sample=printingServices /letterHeads/AttorneyGeneral.jpg). Il ministro Rudolph Francis che la dovrebbe aver firmata è stato nominato, il 26 luglio scorso, da un governo che Libero indica come un ottimo amico di Silvio Berlusconi.
Francis, nel testo diffuso da Dagospia, afferma di aver attivato “corrispondenti” di una società Usa per scoprire la verità sulla casa di Montecarlo allo scopo di salvaguardare il paradiso fiscale di Saint Lucia (150mila abitanti, più piccolo di Prato) «da una possibile pubblicità negativa». Farebbe ridere se l’obbiettivo non fosse la terza carica dello Stato e se questa surreale bufala non arrivasse a coronamento di una escalation velenosa finalizzata a un obbiettivo che non sfugge a nessuno: cancellare il principale competitore dell’attuale presidente del Consiglio. Qui non interessa più se la campagna mediatica antifiniana sia eterodiretta o meno. Siamo oltre quei discorsi.
Qui bisogna spiegare al Paese se è ancora possibile esercitare le ordinarie libertà politiche fuori da una cappa di ricatti, pressioni, intimidazioni che non hanno precedenti. Il paradosso della giornata di ieri è sotto gli occhi di tutti. Lo stesso Pdl che si è dato da fare in nome del garantismo per salvare Nicola Cosentino, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e reo confesso del dossieraggio contro il governatore Caldoro, non ha trovato nulla di inusuale, scandaloso, sospetto, nell’operazione Santa Lucia. Anzi Ignazio La Russa ha detto che «l’unico dossieraggio è quello contro Berlusconi». E Sandro Bondi ha praticamente invitato Fini alle dimissioni riproponendo i ragionamenti sulla sua incompatibilità.
Appena due giorni fa, con un lungo articolo sul Corriere, Paolo Mieli rinverdiva gli allori degli antichi dossieraggi del Sifar all’epoca di De Lorenzo, raccontando come il servizio avesse «allestito dossier diffamatori (spesso non corroborati da prove) su quasi tutti gli uomini politici italiani». Quell’attività di schedatura tra mezze verità con i suoi segreti ricatti inquinò un’intera stagione della vita politica italiana ed è surreale constatare che comunque, paragonata all’oggi, aveva una sua “qualità” (oltreché una motivazione nella guerra fredda). Oggi siamo agli stracci, al fondo del barile, Ieri tanti colleghi ci hanno chiesto ragione della rottura politica determinata dall’affaire Santa Lucia, con l’interruzione del confronto sulla giustizia che avrebbe dovuto impegnare Giulia Bongiorno e Niccolò Ghedini.
Prima che si possa riparlare di giustizia, di “scudi”, di tutela di chicchessia, qui è necessario avere risposte su alcuni fatti precisi.
1 – È vero, come ha scritto Libero che «c’è un rapporto personale tra l’ex primo ministro di Santa Lucia e Silvio Berlusconi» che «deve far tremare Fini»?
2 – È vero, come ha scritto il Giornale il 17 settembre scorso che sono stati inviati a Santa Lucia agenti dei servizi e della Guardia di Finanza, e chi li ha mandati?
3 – È vero che a Santa Lucia ci sono, e da tempo, inviati della testata di Paolo Berlusconi, il Giornale e del mondadoriano Panorama?
4 – È vero che la lettera di Rudolph Francis, con la dicitura «riservata e confidenziale» è stata fatta filtrare alla stampa estera attraverso un sito di Santo Domingo, località di residenza – guarda caso – di Luciano Gaucci?
5 – Ed è solo una coincidenza che Gaucci sia la “mina vagante” della stagione dei talk show, indicato negli scorsi giorni come possibile ospite eccellente di Matrix, L’ultima parola e persino Quelli che i calcio?
6 – Cosa significa l’ambigua nota in coda alla lettera di Francis «le nostre indagini restano in corso in una prospettiva di una determinazione finale»?
7 – E ancora, come è immaginabile che il ministro di un paradiso fiscale giudichi «pubblicità negativa» la segretezza delle società off-shore, posto che essa è il principale motivo per cui il suo Paese sta in piedi?
8 – Dice niente a nessuno il fatto che l’attuale editore di El National, Ramon Baez Figueroa, sia anche proprietario di diverse reti televisive come Telecanal e Supercanal?
Ecco, prima di riparlare di politica bisognerà avere chiarimenti su tutto questo. Perché non sfugge a nessuno che la precondizione minima di ogni dialogo è la convinzione che il confronto si svolga alla pari e su un piano di trasparenza. Dobbiamo sapere, non noi “finiani” ma tutti gli italiani, se le istituzioni italiane sono o no estranee a questa trama fangosa che punta, è necessario ripeterlo (e Bondi lo ha detto chiaramente) a eliminare la terza carica dello Stato. Sì, Gianfranco Fini, il presidente della Camera, sul quale – lo ha scritto il Giornale – il presidente del Consiglio imbastisce parodie musicali davanti all’assemblea degli imprenditori riuniti a cena a Villa Germetto intonando «se ci lasci è un affare», sulle note di Julio Iglesias.

22 settembre 2010





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