Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























lunedì 3 agosto 2015

Tutino, il cerchio magico e la rabbia E fa i nomi di chi l'ha abbandonato

Tutino, il cerchio magico e la rabbia E fa i nomi di chi l'ha abbandonato


Lunedì 03 Agosto 2015 - 06:00
 
 
 
 
PALERMO - Ad un certo punto Matteo Tutino si è sentito abbandonato. Lo diceva senza neppure immaginare che i suoi sfoghi e la sua collera sarebbero stati captati dalle microspie. E mentre parlava a ruota libera consegnava ai nastri magnetici i nomi di chi gli avrebbe voltato le spalle, ai quali non risparmiava attacchi veementi.

Si trattava di amici che non si erano rivelati tali nel momento del bisogno, quando aveva capito di essere nei guai, oppure qualcuno avrebbe concorso nei reati che vengono contestati al medico finito agli arresti domiciliari per truffa, peculato, abuso d'ufficio e falso? Ci sono altre pedine nel cerchio magico? Sarà questo uno dei prossimi capitoli investigativi. Secondo alcuni, addirittura, sarà il vero snodo dell'inchiesta che ha travolto la sanità palermitana e messo a nudo gli intrecci con la politica.

Al rientro della pausa estiva i pubblici ministeri torneranno a fare il punto sulla mole di documenti e intercettazioni che hanno acquisito nei due anni di indagini sulla gestione del reparto di Chirurgia plastica diretto da Tutino e dell'intera azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello. Non si tratta solo (?) delle migliaia di pagine di conversazioni già depositate agli atti del Tribunale del Riesame che ha confermato gli arresti domiciliari per Tutino. Una valanga di telefonate e tracce ambientali sono ancora top secret. È il grande contenitore dove il procuratore Franco Lo Voi ha dato ordine di cercare, senza trovarla, l'intercettazione “fantasma” Tutino-Crocetta pubblicata su L'Espresso. Molti audio non contengono profili penalmente rilevanti, ma altrettanti sono stati tenuti da parte con l'obiettivo di approfondirli perché hanno aperto filoni investigativi nuovi.

In sostanza, non tutto il materiale investigativo è confluito nell'ordinanza di custodia cautelare che ha raggiunto Tutino perché, secondo i pm, non serviva a fortificare l'impianto accusatorio e neppure a descrivere il contesto in cui si muovevano gli indagati. E in questo materiale ci sono le tracce audio che contengono gli attacchi veementi di Tutino. Ci sono passaggi che senza l'aiuto di qualcuno difficilmente saranno decriptati. E quel qualcuno, sussurra un investigatore, non può essere l'ultimo arrivato nella macchina della sanità e della politica siciliane. Di chi si tratta? Forse, usando le parole pronunciate da Sampieri a Tutino, delle “persone che quando Rosario non ci sarà più a fare il presidente loro saranno in quel palazzo ancora... mi inorridisce Matteo mi inorridisce sta cosa...”.
 
 
Sara Barresi, la figlia del Gran Maestro in Giunta con Crocetta



Sara Barresi, la figlia del Gran Maestro in Giunta con Crocetta. E’ il titolo di un nuovo articolo del Fatto Quotidiano sui trascorsi dei politici siciliani
Dopo l’articolo sulla frequentazione del Circolo Scontrino di Trapani (loggia a metà tra massoneria deviata e consorteria mafiosa) da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (con puntuale smentita del Quirinale) oggi Sandra Rizza si dedica a Sara Barresi, l’assessore all’agricoltura di Rosario Crocetta. 
Il padre di Sara Barresi era un gran maestro e guidava la loggia Camea,  dietro il finto rapimento di Michele Sindona da parte di Cosa nostra, nel 1979. Michele Barresi, padre di Sara, nel 1981 fu arrestato a Palermo per favoreggiamento nel falso sequestro di Michele Sindona, il banchiere criminale originario di Patti, in provincia di Messina. “Il professore Barresi  – racconta l’avvocato penalista Nino Mormino – ha superato tutti i suoi guai giudiziari e oggi ha 84 anni”. Alcune cose che il Fatto non cita: come emerse dagli atti del processo per l’omicidio Ambrosoli Barresi aveva anche in mente  con Sindona  un progetto di giornale “per magnificare le possibilità della Sicilia, per svegliare la sicilianità“. Nella loggia Camea, quella presieduta da Barresi, sono presenti mafiosi  come Giacomo Vitale e Francesco Foderà. Alla loggia aveva aderito anche Stefano Bontade, il boss siciliano ucciso poi nell’81. Se ne è occupato anche il giornalista Piero Messina,  quello dello scoop più misterioso dell’anno su Crocetta, nel suo libro “Onorate società”.
Il Fatto Quotidiano si dedica anche ad un altro politico siciliano oggi caduto in disgrazia, Francantonio Genovese, re delle preferenze del Pd a Messina. “Mister 20.000 voti”, come viene chiamato è ormai un ex deputato dei democratici che commenta il salvataggio che i suoi ex colleghi parlamentari hanno fatto per Azzollini, respingendone l’arresto, mentre su di lui non hanno fatto sconti. Genovese sostiene di essere stato sacrificato per le Europee e definisce Renzi un “bullo populista”. Attualmente ai domiciliari, Genovese è coinvolto nello scandalo  della formazione professionale in Sicilia. Per Genovese Renzi è un “personaggio piccolo piccolo. Ma gli opportunisti – avverte – non durano a lungo“.

Mauro Rostagno, processo sotto silenzio 

di Valeria Gandus | 1 marzo 2012

Udienza importante, ieri, al processo per l’omicidio di Mauro Rostagno, il giornalista-sociologo dalle molte vite che, dagli schermi di un tv privata trapanese, spiegava la mafia a chi ne era governato, cioè i cittadini di Trapani e dintorni.
È da un anno che il processo va avanti, imputati Vincenzo Virga e Vito Mazara, nel disinteresse della grande stampa. Eppure ogni udienza riserva qualche sorpresa. Ieri la sorpresa si chiamava Angelo Siino, il cosiddetto ministro dei lavori pubblici di Totò Riina, pentito di mafia. Quattro ore di deposizione, un viaggio a ritroso nel tempo, alla Trapani degli anni Ottanta, completamente in mano alla mafia, agli appalti truccati, ai politici in ginocchio. E al delitto Rostagno, del quale Siino aveva già parlato 17 anni fa, nei primissimi tempi del suo “pentimento”: “Collaboravo da un mese” precisa oggi Siino. E da quel verbale di tanti anni fa (ma solo cinque dopo la morte di Rostagno) si dipana il racconto che il pentito fa in aula.
Un racconto che conferma quanto già detto da un altro pentito, Vincenzo Sinacori, e cioè che dietro l’omicidio di Rostagno c’era Francesco “Ciccio”Messina Denaro, sottocapo della famiglia di Mazara del Vallo.
Siino rievoca i suoi incontri con don “Ciccio”, delle sue minacce contro il giornalista, della netta sensazione che “Rostagno da un giorno all’altro avrebbe fatto una brutta fine”. E poi degli avvertimenti che aveva dato a Puccio Bulgarella, editore di Rtc, la televisione che mandava in onda i servizi e gli editoriali di Rostagno, ma che, essendo anche e soprattutto un imprenditore edile, era inevitabilmente in rapporti di affari con emissari della mafia. “Gli dissi che la minaccia era seria, che veniva da una persona importante”. Minacce che arrivarono a Rostagno, ma che non lo misero a tacere, non frenarono la sua sete di verità e giustizia. Perché Rostagno era “un cane sciolto” come diceva Bulgarella, la cui tv grazie a lui ebbe un’impennata negli ascolti. Ma soprattutto un incubo per i mafiosi: “Si tu lo senti parlare t’arrizzano li carni”…è un cornuto” diceva di lui Messina Denaro.
depistaggi sul suo assassinio partirono da subito, addirittura dall’ambiente mafioso: “Battista Agate mi fece notare che (per ucciderlo, ndr) era stata usata una scupittazza vecchia, un vecchio fucile, che era esploso” racconta Siino. “Me lo disse per calmarmi, per farmi convinto che non era stata la mafia…tentavano tutti di calmarmi perchè ero agitato per quel delitto, non perchè Rostagno mi faceva simpatia … A me sembrava strano che per un delitto di tale rilevanza veniva usato un fucile vecchio … E però in quella occasione, mentre Agate tendeva ad escludere colpe della mafia, Ciccio Messina fece un segno quasi a smentire Agate”.
“Una questione di corna”, così venne liquidato il delitto dai carabinieri che sostituirono quasi subito la polizia nelle indagini e abbandonarono contestualmente la pista mafiosa. “Un delitto fra amici” fu l’ipotesi portata avanti anni dopo, con tanto di arresto della compagna di Rostagno, Chicca Roveri, liberata poi con tante scuse. Non mancò nemmeno la pista politica: un delitto ordito per far tacere Mauro, che sarebbe stato ascoltato dai giudici sul delitto Calabresi. Quest’ultima tesi era stata caldeggiata subito dopo la morte di Rostagno da Aldo Ricci, nuovo direttore di Rtc (e sostenuta ancora oggi). A un incontro in un ristorante di Palermo “quel giornalista fece cenno che il delitto Rostagno poteva essere maturato dentro Saman, Bulgarella si infastidì” racconta Siino. Una tesi smentita dallo stesso Rostagno con i suoi interventi televisivi a favore di Sofri e compagni. E inverosimile per Siino: “Avevo sentito parlare Francesco Messina Denaro in modo violento contro Rostagno”. E tanto bastava a lui, che il linguaggio mafioso ben conosceva, per capire da dove fosse venuto l’ordine di ucciderlo.
Nella deposizione del pentito c’è anche un riferimento alla massoneria e a Lucio Gelli: “A Trapani qualche volta ho avuto frequentazioni con ambienti della massoneria, io stesso ero massone”. Ma a Trapani, precisa, “non c’erano mafiosi e massoni assieme, altrove si. a Roma, Milano, Palermo”. E Licio Gelli, ha avuto rapporti con mafiosi trapanesi? “Nel finto sequestro Sindone, Gelli venne a Palermo e per un giorno sparì, e il prof. Barresi (Michele Barresi, ginecologo palermitano, piduista) mi disse che erano andato a Trapani per cercare appoggi tra i fratelli di Trapani”.
“Meno male che erano due paginette di verbale” commenterà alla fine dell’udienza Siino a voce abbastanza alta da farsi udire in tutta l’aula, riferendosi al suo verbale di 17 anni fa. Di cose da dire, evidentemente, ce n’erano ancora tante, e tante altre probabilmente ci sarebbero.

GLI UOMINI DELLA LOGGIA
PALERMO - "La pietra entra grezza ed esce levigata". La scritta in vernice bianca risalta sulla parete nero pece di un ripostiglio di un metro per due. E' la camera di iniziazione dove magistrati e mafiosi, avvocati e giornalisti, ufficiali dell' esercito e ricchi professionisti sono diventati "fratelli". Siam al secondo piano di un malandato palazzo liberty di via Roma, numero civico 391, quasi di fronte alla scalinata delle Poste centrali. Una portineria deserta, sei rampe di scale buie, una pensione, uno studio dentistico, due vecchi appartamenti disabitati, una porta di legno marrone. Sulla porta, una targhetta bianca: "Centro sociologico italiano". E' la sede di una mezza dozzina di logge palermitane che fanno capo alla "Massoneria universale di rito scozzese antico e accettato. Supremo Consiglio d' Italia. Sezione Sicilia". E' qui che sono stati "iniziati", nello stesso stanzino nero, sei magistrati e i terribili Greco di Croceverde Giardini, famosi avvocati, il commercialista Nino Buttafuoco, il presidente del consiglio di amministrazione del Giornale di Sicilia, Federico Ardizzone, la "mente" di tutti i grandi affari siciliani Vito Guarrasi, assicuratori appartenenti ad altre logge segrete, l' esattore Nino Salvo, suo fratello Alberto, qualche generale e molti colonnelli. "Quelli là vengono solitamente di pomeriggio o di sera", racconta il portiere del palazzo, "qualche volta ho visto anche entrare un magistrato conosciuto... come si chiama? Non me lo ricordo... proprio non me lo ricordo". Il portiere non ricorda nulla. Dice di avere visto sfilare nell' androne famosi professionisti palermitani, che poi sparivano dietro la porticina di legno marrone. Chi sono? Che cos' è il Centro sociologico italiano? Perchè grandi boss come Salvatore Greco o suo cugino Toto Greco detto "l' ingegnere" sono nella stessa loggia con giudici e avvocati? I nomi dei magistrati iscritti ad una delle sei logge sono ancora top-secret. Il solo elenco completo dei quasi duemila "fratelli" è custodito in una cassaforte di Palazzo di Giustizia. Un elenco su cui indaga, dopo averlo ricevuto dai magistrati della Procura della Repubblica, il giudice istruttore Giovanni Falcone. L' inchiesta accerterà perchè giudici e boss convivevano tranquillamente tra il "pensatoio" e la camera di iniziazione del vecchio palazzo? Dall' Ufficio istruzione non arrivano notizie sugli sviluppi dell' indagine. Non parla il consigliere istruttore Antonino Caponetto, non parla il giudice Falcone. Dagli ambienti giudiziari filtra però il nome di qualche iscritto. Come ad esempio quelli dell' esattore recentemente scomparso Nino Salvo e di suo fratello Alberto, l' "agricoltore", arrestato un anno fa per una maxi-sofisticazione vinicola e poi rimesso in libertà provvisoria. E ancora: gli avvocati Salvatore Cosma Acampora, Alessandro Bonsignore, Girolamo Bellavista. Ma i poliziotti e i magistrati che hanno sequestrato la lista degli iscritti alla Loggia sono interessati ad altri personaggi: il commercialista Antonino Buttafuoco e l' influentissimo Vito Guarrasi, l' assicuratore Giuseppe Attinelli e il ginecologo Michele Barresi. Perchè? I primi due sono dei professionisti coinvolti in qualche modo nel caso De Mauro, il giornalista del quotidiano del pomeriggio "l' Ora". Gli altri due sono stati invece "registrati" negli archivi di polizia durante le indagini sul falso sequestro di Michele Sindona. Il bancarottiere, scomparso da New York il 2 agosto del 1979, era nascosto in Sicilia, aiutato dai boss dei clan Spatola, Inzerillo e Gambino, ma anche dai componenti di una loggia segreta palermitana: la Camea. Fra i responsabili della loggia, oltre al medico Josef Miceli Crimi, c' era anche il ginecologo Michele Barresi (che fu arrestato per favoreggiamento nel falso sequestro) e l' assicuratore Giuseppe Attinelli. Gli esperti della Criminalpol indagano comunque anche sulla composizione della mezza dozzina di logge riunite nel vecchio palazzo di via Roma. Tra le carte sequestrate c' è anche un calendario con tutti i turni di riunione delle diverse strutture. "Ogni tanto", racconta il portiere dello stabile, l' unico disposto a scambiare qualche battuta con il cronista, "veniva, da Roma, per organizzare un incontro, un pezzo grosso della Massoneria...". I magistrati indagano pure su un altro fronte: decine di "fratelli" presenti negli elenchi provengono dalla provincia di Agrigento. E' il caso del trafficante di eroina Giovanni Lo Cascio, ufficialmente commerciante di tessuti, arrestato per un business gestito con alcuni componenti del clan dei marsigliesi. O di suo padre, Vito, indicato nei rapporti di polizia come il capomafia di Lucca Sicula. Quale collegamento tra gli iscritti della provincia di Agrigento e quelli di Palermo? "La verità è che nelle nostre indagini ci sono ancora tanti buchi neri", ammette un investigatore dell' antimafia, "mancano delle vere e proprie prove, solo tanti indizi sui rapporti tra i clan di Cosa nostra, i centri occulti, le logge massoniche semiclandestine". Un "buco nero" che risale all' estate del 1979, quando Michele Sindona si rifugia in Sicilia. Su di lui indagano infatti un questore e un capo della squadra mobile, Giuseppe Nicolicchia e Giuseppe Impallomeni, iscritti rispettivamente alla Ompam (una loggia segreta fondata da Licio Gelli a Rio de Janeiro) e alla P2. Ma di logge e di boss, in Sicilia se ne continua a parlare ancora. Anche all' inizio della sanguinosissima guerra di mafia. Il "gran sacerdote" di una segretissima loggia di rito scozzese era, ad esempio, il "principe di Villagrazia", il capomafia Stefano Bontade. Il "principe" era a capo di una struttura con sede proprio nel cuore della sua borgata. Suo cognato, Giuseppe Vitale, coinvolto nel falso sequestro di Michele Sindona, è invece un affiliato alla Camea.
di ATTILIO BOLZONI



LE LOGGE DELLA PIOVRA
PALERMO - Di misterioso c' era innanzitutto il nome, Camea, una parola che allora non diceva nulla al giudice Falcone. Poi si scoprì che era una loggia segreta. Tra i "fratelli" c' erano uomini importanti di Palermo e tante facce anonime. Il ginecologo Michele Barresi, il medico della polizia Joseph Miceli Crimi, la maestra elementare Francesca Paola Longo, l' impiegato dell' Ente minerario Giacomo Vitale. Le investigazioni un anno dopo portarono in una palazzina liberty al civico numero 4 di piazza Diodoro Siculo, neanche mezzo chilometro dal centro della città. Lì dentro, l' estate prima, per almeno due mesi aveva mangiato e dormito mister Joseph Bonamico, il nome di battaglia di Michele Sindona. In Sicilia Sindona si nascose dal 10 maggio al 10 ottobre del 1979: mafiosi e massoni lo trasportarono come un pacco da Palermo a Caltanissetta, dalle campagne di Torretta fino al mare di Taormina. Tommaso Buscetta non aveva ancora raccontato i retroscena siciliani del tentato golpe del principe Borghese; la Camea era la prima traccia, il primo filo che univa gli uomini d' onore di Cosa Nostra con la massoneria segreta. Nei dieci anni successivi poliziotti e magistrati incontrarono nelle loro inchieste tante altre logge e tanti altri misteri, scoprendo comunque che la Camea, l' Iside 2, la Ciullo d' Alcamo, l' Armando Diaz erano diventate un punto di incontro per uomini politici, magistrati, trafficanti di stupefacenti, imprenditori, capimafia, banchieri e molti professionisti, soprattutto notai, avvocati e ingegneri. Solo nel 1992, dopo le stragi di Capaci e di via D' Amelio, i pentiti confermeranno "che alla massoneria erano affiliati Totò Riina, Michele Greco, Francesco Madonia, Stefano Bontade, Mariano Agate...". I vecchi e nuovi capi di Cosa nostra nelle logge cercavano amici per fare affari e "aggiustare" i processi. Ma torniamo all' estate del 1979, al falso sequestro Sindona, alla Camea, centro di attività massoniche esoteriche associate e a Michele Sindona "gestito" durante il suo soggiorno siciliano dalla mafia e da un gruppo di "fratelli" (alcuni dei quali uomini d' onore o parenti di boss come il cognato di Bontade, l' impiegato regionale Giacomo Vitale). Il banchiere era stato ferito e poi curato dal dottore Miceli Crimi, assistito dalla maestra Longo, protetto dagli Inzerillo e dai Di Maggio che lo trasferirono a fine estate anche in una villa in campagna, alle porte di Torretta, in località Piano dell' Occhio. Quando sbarcò in Sicilia Michele Sindona si era fermato qualche giorno anche a Caltanissetta, nella casa di un insospettabile avvocato, Gaetano Piazza. L' alloggio glielo aveva trovato il capomafia di San Cataldo Lillo Rinaldi. Le prime indagini sul falso sequestro di Michele Sindona si concentrarono a Palermo, il questore Giuseppe Nicolicchia era iscritto alla P2 come pure il capo della squadra mobile Giuseppe Impallomeni. Naturalmente non scoprirono nulla. Quando il capo della polizia Coronas promosse e trasferì Nicolicchia a Roma, il questore se ne andò ringhiando e ricordando soprattutto "che le massime autorità della Regione l' avevano difeso". Era vero, il presidente della Regione Mario D' Acquisto si era schierato al suo fianco. Con un documento lo fecero pure alcuni funzionari di polizia di Palermo. Ma allora nessuno poteva mai immaginare cosa fosse la polizia a Palermo. E nemmeno chi fossero certi funzionari della Regione siciliana. Uno si chiamava Salvatore Bellassai, la sua stanza era proprio di fronte a quella del presidente Piersanti Mattarella, l' incarico del funzionario in Regione era quello "di coordinare i rapporti con il Mediterraneo". Bellassai era il capo della P2 di Gelli per la Sicilia e la Calabria. Ma in quegli anni ancora ben poco si conosceva di quel pianeta popolato da boss e "fratelli", anche se due commissioni parlamentari di inchiesta - quella sul caso Sindona e quella sulla P2 - avevano già scoperto alcuni fili. Proprio in quegli anni si erano affiliati alla massoneria personaggi diventati "famosi" in seguito. Come Angelo Siino, l' "ambasciatore" di Totò Riina nel mondo degli appalti pubblici. Come Vito Cascioferro, colonello medico e erede di una "famiglia" importante dell' agrigentino. Come Salvatore Greco di Ciaculli, detto "il "senatore" per l' abilità nel contattare e poi convincere gli uomini politici. La svolta nelle inchieste su "mafia e massoneria" avvenne comunque nel 1986, nel mese di gennaio. I poliziotti della "mobile" stavano seguendo un traffico di stupefacenti, c' era di mezzo tale Giovanni Lo Cascio, un mafioso di Lucca Sicula. Questo Lo Cascio viveva fra Marsiglia e Palermo, nella città siciliana frequentava quotidianamente un appartamento di via Roma 391. La perquisizione che ordinarono i magistrati portò alla scoperta di una loggia segreta e di un elenco inquietante. All' Armando Diaz erano iscritti boss di Ciaculli e magistrati, avvocati, professionisti, editori. C' erano anche i cugini Salvo, Nino e Alberto. Il Gran Maestro era Pietro Calacione, impiegato dell' ospedale civico che aveva buoni contatti pure alla Casa Bianca. Tutti insieme, tutti pericolosamente vicini. L' anno 1986 riservò un' altra sorpresa, solo tre mesi dopo, a fine aprile. Il capo della squadra mobile di Trapani Saverio Montalbano era stato improvvisamente trasferito con una scusa, il suo questore diceva che aveva usato l' auto di servizio per "motivi personali". La cosa era abbastanza strana, anche perchè due anni prima pure il commissario Ninni Cassarà era stato allontanato da Trapani dallo stesso questore. I due poliziotti avevano messo il naso nella sede di un centro studi, il presidente si chiamava Giovanni Grimaudo. Il centro studi era anche la copertura di sei logge, Iside, Iside 2, Osiride, Ciullo d' Alcamo, Cafiero e Hiram. La lista dei "fratelli" comprendeva funzionari di polizia e di prefettura, burocrati di Comune e Provincia, ufficiali dell' esercito, tutti i potenti di Trapani compreso il deputato della Dc Canino. E insieme c' era una dozzina di mafiosi, fra i quali Natale Rimi, Natale L' Ala, Mariano Asaro, quest' ultimo imputato nel processo per l' attentato al giudice Palermo. Ma dalle carte del circolo emersero anche i nomi di altri capimafia come Mariano Agate. Risultò che il presidente Grimaudo aveva contatti con Pino Mandalari, il commercialista vicino a Totò Riina. Poi la moglie di un boss disse che Giovanni Grimaudo aveva favorito l' elezione di Nicolò Nicolosi e di Aristide Gunnella. Ultimamente l' onorevole Canino ha fatto il nome anche del ministro Mannino: "Si è attivato per far avere un finanziamento al circolo...". Dieci anni di indagini su "mafia e massoneria" arricchite intanto dalle rivelazioni di Buscetta e di Calderone sul tentato golpe Borghese. I pentiti parlarono dei contatti, dell' aiuto che doveva offrire Cosa Nostra per un colpo di stato e della contropartita: la revisione dei processi, l' "aggiustata" in Appello. L' intreccio diventò sempre meno misterioso, anno dopo anno, inchiesta dopo inchiesta, fino alle 1687 pagine della requisitoria sui delitti politici di Palermo. Fra quei fogli c' è il verbale di un interrogatorio, la testimonianza resa da Nara Lazzerini, una donna che frequentava Licio Gelli. Ha raccontato che fra gli amici del Venerabile c' erano anche due siciliani, l' europarlamentare Salvo Lima e l' onorevole Luigi Gioia.

dal nostro corrispondente ATTILIO BOLZONI














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