Con il termine mafia si intende un sistema di potere esercitato attraverso l’uso della violenza e dell’intimidazione per il controllo del territorio, di commerci illegali e di attività economiche e imprenditoriali; è un potere che si presenta come alternativo a quello legittimo fondato sulle leggi e rappresentato dallo Stato.


Un sistema di contro-potere dunque (a volte chiamato anti-Stato proprio per questa sua caratteristica), con una gestione gerarchica e verticistica, basata su regole interne a loro volta fondate sull’uso della violenza e dell’intimidazione.


È questa la vostra politica? Se avete un minimo di cervello usate gli attributi per un confronto Sui programmi. Ma vedo che alla fine usate i soliti mezzucci utilizzando i soliti servi sciocchi meschini e accattoni per cercare di fermare le persone.
Bene sappiate che io vado avanti lo stesso a testa alta e con schiena dritta e che voi siete sot
tocontrollo.



"Bisogna sempre avere il coraggio delle proprie idee e non temere le conseguenze perché l’uomo è libero solo quando può esprimere il proprio pensiero senza piegarsi ai condizionamenti " (Charlie Chaplin).























mercoledì 16 dicembre 2015

Isola delle Femmine Italcementi e Ambiente: REPORT LE BONIFICHE GELA ENI ALLA SBARRA BAMBINI MALFORMATI lLA CITTA' DEI VELENI E' RECORD DI BIMBI NATI MALFORMATI






Scheda della puntata di domenica 13 dicembre. 
Mosè ci ha fatto camminare quarant’anni nel deserto per portarci nell’unico posto del Medio Oriente dove non c’è petrolioGolda Meir
Il petrolio, ma anche il fotovoltaico, su cui l'Italia sta andando avanti, ma con un'impatto ambientale non da poco. Infine le bonifiche infinite, come quelle della Caffaro, Marghera, Priolo.
I siti chimici che la Eni sta dismettendo: a chi li sta svendendo?
MILENA GABANELLI IN STUDIOPer cominciare invece una storia che parte da una denuncia di Re:Common e Global Witness di Londra, una grandissima organizzazione che si occupa di corruzione internazionale.L’oggetto: la licenza per andare a vedere se c’è petrolio sotto quest’area di mare al largo delle coste nigeriane che si chiama Opl 245. Protagonisti: i vertici di Eni, di ieri e di oggi, che comprano, e l’ex ministro del petrolio nigeriano Etete, con la sua società Malabu, che vende. E in mezzo i mediatori: il nostro Bisignani, il finanziere Di Nardo, di cui non abbiamo foto, e invece Obi, che è un altro faccendiere nigeriano. Il prezzo pagato da Eni: 1 miliardo e 92 milioni di dollari. Da qui poi ognuno sembra pretendere la sua parte. Ora, va bene che siamo in Nigeria, ma un privato può vendere l’uso di un pezzo di mare? E’ come se il nostro ex ministro dell’ambiente si aggiudicasse, si assegnasse la Basilicata e poi i petrolieri che vanno a perforare pagano a lui. Però Eni dice: “Ma stiamo scherzando? Io ho trattato solo con il governo, io ho pagato al governo e non ho mai avuto bisogno di intermediari”. Intanto però, 200 milioni sono stati bloccati dalla procura di Milano su un conto svizzero e a Londra.Luca Chianca ricostruisce la storia.
La trattativa Luca Chianca (il link per rivedere il servizio e il pdf)
La storia di quella che potrebbe essere una delle più grosse tangenti pagate al mondo, 1 miliardo di dollari, partita dalla denuncia di due associazioni inglesi, Global Witness e Re Common, durante il procedimento inglese presso l'alta Corte di Giustizia di Londra, dove si celebrava la disputa tra due società straniere, la Malabu Oil del ex ministro del petrolio della Nigeria Dan Etete, e una società delle British Virgin Islands, la Energy Venture Partners, di un uomo d'affari nigeriano, Emeka Obi. Nel corso del processo viene fuori il nome di Bisignani, che sostiene di essere stato contattato da Scaroni per risolvere un contenzioso sul blocco petrolifero (OPL245).
L'ex ministro del petrolio Etete accusa Eni, i suoi manager, e l'intermediario Obi, di corruzione: nelle intercettazioni Bisignani si preoccupa della concorrenza dei francesi di Total, chiede di intervenire su Descalzi.
Un funzionario Eni ha raccontato a Luca Chianca che per un anno Eni trattò con Obi nonostante fossero in contatto col venditore. Il giornalista Gatti (Sole 24 ore) ha aggiunto che ad imporre la presenza di un intermediario (Obi) per lucrare sull'affare fu Bisignani d'accordo con Scaroni: si creò una società di facciata per Obi, nelle Virgin Island, che non sarebbe servita.
La vicenda è complicata, sia per la presenza di tanti attori, siano perché questi raccontano storie diverse. Eni spiega di aver trattato solo col governo, Obi ha chiesto i danno all'ex ministro Etete, che gli sono stati riconosciuti dalla corte inglese in 110 ml di dollari.
Le sue spese legali sono state pagare da Di Nardo, finanziere e intermediario per Eni in Nigeria, perché?
Ora questi soldi sono sequestrati dalla procura di Milano, perché si sospetta che siano il frutto di una tangente, ma due società anonime ne chiedono una parte.
A chi sono andati i soldi di Eni? Solo al governo o ad altri? Come Etete o Obi?
L'ex procuratore generale nigeriano ha confermato che Etete, che non aveva voce per vendere, era seduto al tavolo della trattativa col governo e aggiunge anche che c'è stata una distrazione di fondi. Bisognerebbe andare in Africa a controllare, ma a Chianca non è riuscito ad avere il visto dall'ambasciata nigeriana. Strano.
Il viaggio dei soldi dell'Eni: i 92 ml di dollari dell'Eni sono andati prima alla JP Morgan, poi alla BSI Svizzera (di Generali), poi a diverse società nigeriane.
La Imperial union ha preso 34 ml di dollari: la sua sede è dentro una scuola.
Alla Group Construction sono arrivati 157 ml : la sede legale non esiste nemmeno.
La Novel property & development è dentro una società immobiliare.
Sono società con indirizzi finti.
Megatech ha preso 180 ml di dollari: è una società del gruppo Monument, con sede a Londra. Alle domande del giornalista, il portiere non risponde. Altro muro di gomma.
Il procuratore generale nigeriano ha aggiunto che dietro queste società compare sempre una persona, Aliyu Abubakar, mr corruption, personaggio legato al governo nigeriano.
Nessuno sa in Nigeria a chi sono arrivati i soldi: sicuramente in tasche private e non nel governo.
Riassumendo per sommi capi la storia: in questa trattativa lo stato nigeriano ci ha anche perso, nessuna gara d'appalto, un prezzo troppo basso, una transazione non trasparente. In altri paesi l'Eni avrebbe potuto fare lo stesso?
Sono soldi che non sono stati usati per lo sviluppo del paese africano. E poi diciamo aiutiamoli a casa loro ..
MILENA GABANELLI IN STUDIOE poi i nigeriani alla fame emigrano sui barconi. Allora intanto, se è vero che il miliardo e passa, non è rimasto nello sviluppo della Nigeria ma è entrato in tasche private, il nuovo governo abbia il coraggio di denunciarlo in tutte le sedi, che così sapremo anche quali sono le responsabilità di Eni. Per ora I punti fermi sono: non è vietato da nessuna legge utilizzare intermediari, basta che sui bilanci venga scritto esattamente quanto è stato pagato per l’acquisto di un bene e quanto è stato speso per la mediazione, in modo che sia chiaro chi ha incassato cosa e a che titolo. Qui di chiaro non c’è niente. Poi, se il mondo del petrolio è fatto così, è normale trattare e dover trattare con uno che si è assegnato un pezzo di mare, e che ha anche sulle spalle una condanna per riciclaggio internazionale da parte del tribunale francese… ok, però poi facciamola finita con la storia dei codici etici...
La dismissione – Emanuele Bellano (il link per il servizio e il pdf)

Eni prevede un piano di dismissione per 11 miliardi: si parla di raffinerie, della rete di stazioni di servizio nei paesi dell'est, della vendita di diritti di sfruttamento di giacimenti, della Saipem.
Saipem era la scommessa di Scaroni una volta, oggi la sua eredità è nelle mani del nuovo management: è indebitata per 5-6 miliardi e necessiterebbe una ricapitalizzazione per 1 miliardo, ma il nuovo management decide di vendere la partecipazioni.
Cdp acquisterà parte di queste azioni all'Eni: il nostro gioiello è oggi un fardello, peccato che Eni abbia bisogno dei servizi di Saipem. 
La prima operazione di dismissione in Slovacchia è stata conclusa nell'ultimo giorno di lavoro da Scaroni: ha venduto la rete di distributori Agip a Zsoldt Hernadi, manager della società ungherese MOL, contro cui sono stati spiccati due mandati di arresto internazionale, per corruzione.
Mol è una società controllata dal governo ungherese, ed Eni ha trattato direttamente col gruppo senza gara (diversamente dai  regolamenti della società) e senza controlli sull'affidabilità del partner.
Hernady è stato coinvolto in una inchiesta per corruzione dalla procura di Zagabria: ma nonostante questi guai giudiziari, nel 2014 Scaroni firma con lui il contratto per della raffineria e della rete di distributori in Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania.
Il prezzo della cessione dei rivenditori non è stato reso noto, mentre per la raffineria abbiamo forse svenduto da 420ml (valore della partecipazione nel 2007) a 24 ml, non proprio un'affare.
La dismissione degli impianti chimici: si chiama Versalis il ramo della chimica dell'Eni, si parla di 5700 dipendenti e 10 impianti.
Gli impianti sono vecchi e in zone da bonificare, come Mantova, Priolo e Porto Marghera. 
Eni sta trattando con un fondo americano, SK Capital è piccolo, difficilmente potremo vendere a più di 500 ml.
I soldi cash non li ha SK Capital che se li farà dare dalle banche (impegnando la stessa Versalis, come già visto per Telecom), col rischio che se non dovessero riuscire a pagarci tutto, perderemmo anche gli utili.
Come mai questa scelta?
EMANUELE BELLANO Ma perché Eni sta trattando con un fondo così?EX MANAGER ENIDovete chiederlo a Eni. Quello che posso dirle è che l’advisor che sta conducendo latrattativa è Rothschild, in particolare il ramo in cui oggi c’è Scaroni.
Potevamo portare avanti una strategia diversa per gli impianti chimici: il progetto chimica verde non è mai partita e nemmeno le bonifiche, come quelle necessarie a Gela.
L'impatto del petrochimico a Gela è stato raccontato dall'avvocato Fontanella, che ha raccolto le denunce dei cittadini. Malformazioni dei neonatali, come la spina bifida, che a Gela sono circa 800.
Cosa sta succedendo a Gela? I periti del tribunale trovano nella falda il 97% di idrocarburi,e anche i terreni sono contaminati.
Le malformazioni registrate potrebbero essere legate al petrolchimico, ma Eni non ha bonificato ancora.
Bellano è andato a sentire cosa dicono al ministero dell'Ambiente: su 39 siti SIN, solo su 11 si è capito cosa c'è dentro. 


“Si poteva fare di più” - dice il direttore generale del ministero dell'ambiente.

Ma nel resto dell'Europa le bonifiche si fanno: come in Germania nella zona della Ruhr.
Qui i resti delle miniere sono luoghi di visita dei turisti e creano lavoro: hanno dovuto bonificare prima, terreni, fiumi e parchi.
Le linee guida erano educazione, business, ricerca e turismo : i soldi per la riqualificazione arrivano anche dall'Unione Europea.
Gli inquinanti sono stati incapsulati, in materiali impermeabili, e messi sotto delle colline: le scorie non possono essere spostate, per non spostarle in discariche le hanno lasciate lì, aggiungendo al paesaggio delle colline che prima non c'erano.
Le nostre leggi sono più rigide ma meno efficaci: i 39 siti da bonificare sono ancora lì sulla carta.
Gela, Marghera, Pioltello.
Su questi siti le bonifiche sono metà a metà tra pubblico e privato: i lavori sono svolti da una società pubblica, la Sogesid.
EMANUELE BELLANO Poi però alla fine i risultati da un punto di vista di bonifiche non si vedono.MAURIZIO PERNICE - DIRETTORE GENERALE MINISTERO DELL’AMBIENTE Beh, immagino… anche perché tutti consociamo le notizie della stampa, le indagini incorso, che nelle attività ci possano essere state delle criticità.EMANUELE BELLANO FUORI CAMPOLe criticità, sono inchieste giudiziarie che hanno coinvolto i vertici di Sogesid accusatidi associazione a delinquere e truffa allo Stato. Come nel caso della bonifica del polochimico Caffaro di Torviscosa, in provincia di Udine, un’area troppo inquinata.
Si inventavano zone da bonificare per lucrarci sopra. E nemmeno a poco prezzo: i “ragazzi” (come li chiama il DG del ministero) della Sogesid prendono da 171 a 695 euro al giorno, sono convenzioni stabilite dalla corte dei conti. Anziché creare oro dai siti inquinati, come in Germania, noi riempiamo d'oro chi dovrebbe fare le bonifiche ..
A tutto sole? (l'impatto del pannello fotovoltaico) – Roberto Pozzan (il link del servizio e il pdf)
Un'inchiesta molto interessante quella di Roberto Pozzan: ha confrontato il combustibile fossile e il fotovoltaico da tutti i punti di vista.
Il costo dell'energia proveniente dai due sistemi, il costo per la produzione degli impianti, il costo per lo smantellamento. Le spese per le malattie, per le bonifiche degli impianti contaminati, per le spese militari (a difesa degli impianti e delle navi che trasportano i combustibili).
Il futuro è il fotovoltaico, non c'è dubbio. Ci sono le tecnologie e noi abbiamo tutte le competenze. Tocca solo alla politica.
MILENA GABANELLI IN STUDIOAllora un altro paio di cifre così ci forniscono il quadro completo. Secondo gli studi internazionalmente riconosciuti nel 2013 i combustibili fossili hanno goduto di stanziamento pubblico per 550 miliardi di dollari, contro i 128 stanziati per le rinnovabili. Non è una differenza da poco, poi non decolla uno si chiede. Guardiamo invece l’occupazione: allora per il settore del gas ogni gigawattora di gas produce 0.2 posti di lavoro, mentre da rinnovabili ed efficienza energetica 1 posto di lavoro per gigawattora, cioè cinque volte tanto. E’ chiaro a tutti che la direzione sarà quella lì, quella della conversione all’elettricità fonte rinnovabile però per la transizione ci vuole l’intervento politico, cioè servono prestiti agevolati e poi regolechiare e credibili che durino nel tempo perché se cambiano ogni volta che c’è un rimpasto, ogni volta che cambia un ministro nessuno investe più. 

http://www.agoravox.it/Report-e-Eni-la-storia-del.html

Raffineria di Gela. Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell'ospedale Bambin Gesù di Roma: "non" dimostrabile nesso patologie

eni(AGI) - Roma, 12 dic. - "Non è' dimostrabile la tesi secondo cui i casi di malformazione e di alcune patologie siano da ricondurre alla presenza, a Gela, dello stabilimento petrolchimico di Eni.‘ Lo puntualizza Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell'ospedale Bambin Gesù di Roma e una delle massime autorità scientifiche nell'ambito della genetica, osservando che non c'è nemmeno alcuna prova che "la  frequenza di difetti genetici sia superiore a Gela rispetto ad altri posti d'Italia". Lo studioso fa presente che le perizie del tribunale depositate nell'ambito di un procedimento civile che una trentina di famiglie ha promosso contro l'Eni parlano di patologie "multifattoriali", il che vuol dire che "sono il risultato di un'interazione tra predisposizione genetica e l'ambiente, sia esso urbano, che industriale". Non vi è nessun fondamento scientifico, insomma, che avvalori il fatto che vi sia una relazione causale univoca tra la presenza di Eni, le sostanze chimiche prevalenti, comunque entro i limiti della norma, nel comune e alcune malformazioni. "C’è sicuramente una componente genetica - spiega Dallapiccola - ma per nessuno di questi casi esiste un fattore ambientale noto, sicuro, certo, che agisca da agente causale. Forse l'unica eccezione e' il rapporto tra la spina bifida, e gli anticrittogamici, e cioè le sostanze che vengono usate in agricoltura, cui si fa appunto molto ricorso a Gela". Ma ad ogni modo, "non è dimostrabile alcun rapporto di causa preciso di un fattore che agisca con nesso di causalità "e anzi se così fosse "avremmo fatto una delle più importanti scoperte scientifiche di tutto il mondo".
L'esperto mette anche in guardia da "un eccesso di campionamento, finalizzato a cercare certi risultati" come ad esempio nel caso dell'ipospadia che interessa oltre l'1% della popolazione. "Chiunque sappia minimamente di embriologia -spiega il direttore scientifico dell'ospedale Bambin Gesù di Roma - sa che ognuno di questi difetti ha un rapporto temporale ben preciso con l'ipotetico agente causale e anche un meccanismo biologico e molecolare molto particolare. Ad oggi - ribadisce - non c'è nessuna evidenza che vi sia una sostanza ambientale allo stesso modo responsabile di tutti i difetti oggetto di queste patologie ".
- Se fosse vero, "non ho capito perchè nelle famiglie dei dipendenti dello stabilimento non si abbiano più casi di bambini malformati rispetto a quelle che vivono a decine di chilometri di distanza dalla fabbrica". Secondo lo scienziato, sarebbe opportuno approfondire e in questo"l'Eni si è sempre detta disponibile, e ciò dimostra la sua buona fede, a finanziare questo progetto di ricerca". Dallapiccola ricorda che il 3% dei neonati ha un difetto congenito e ciò accade in tutto il mondo "per meccanismi variabili, come la suscettibilità genetica e i diversi ambienti nei quali si sviluppa il feto. Questo è un tasso fisso della popolazione umana, si chiama rischio di specie, e non è azzerabile". Il suo 'invito', quindi a vantaggio della salute pubblica è di "ascoltare molto attentamente anche i periti di parte, di non strumentalizzarne le dichiarazioni, di non alimentare nelle famiglie, già provate dalla malattia, aspettative immotivate nei termini rappresentati, e, insieme, di sostenere la ricerca scientifica dei determinati ambientali che, intesi in senso lato, possono contribuire a causare questo tipo di difetti genetici". (AGI)
GELA 2015 BAMBINI MALFORMATI PROCEDIMENTO CIVILE CONTRO ENI PERIZIA DEI CONSULENTI DEI GIUDICI PIER PAOLO MASTROIACOVO AVVOCATO LUIGI FONTANELLA MALATTIE TUMORI EMISSIONI










Pubblicato il  da  & archiviato in Italia.


















Una perizia medica del Tribunale di Gela, in Sicilia, pubblicata in esclusiva sull’Espresso da Emanuele Fittipaldi, per la prima volta nella storia trascina dietro la sbarra degli imputati il colosso petrolchimico Eni.
Grazie alle indagini, durate due anni e che si sono avvalse della collaborazione di medici italiani e non, è stato scoperto infatti che le malformazioni dei bambini di Gela, tra le più alte al mondo, sono legate proprio all’inquinamento prodotto dalla raffineria presente in città, in provincia di Caltanissetta.
Le deformazioni, come denuncia Fittipaldi, hanno toccato piedi, mani, cervello e organi genitali di 12 bambini e il processo è iniziato in estremo ritardo, rispetto alle segnalazioni e agli allarmi lanciati dalla cittadinanza.
Lo studio Sentieri nel 2011, uno studio che ha preso in esame i maggiori centri petrolchimici della Sicilia, come quello Augusta, ha segnalato eccessi di tumori e altre malattie legate all’inquinamento accumulato nei decenni.
Lo scorso luglio, come scrive l’Espresso, i consulenti giuridici hanno appoggiato la denuncia di una ventina di famiglie di Gela contro l’Eni, che intendevano così ottenere risarcimenti economici e un rimborso delle spese mediche che hanno dovuto affrontare per curare le malattie. Ma il colosso petrolchimico non ha voluto sborsare un soldo.
Secondo l’azienda, le indagini non avrebbero fornito prove scientifiche sufficienti, da tracciare un nesso tra le deformazioni dei bambini e l’inquinamento ambientale.
Qui, per leggere parte dell’inchiesta di Fittipaldi, che sarà pubblicata per intero sul numero de l’Espresso in uscita domani.


Il legale dei bambini malformati:  "Stop alle raffinerie di Gela" 
Giovedì 05 Novembre 2015 
Il difensore dei genitori che hanno chiamato a giudizio l'Eni quale presunto responsabile delle patologie dei propri figli, presenterà al tribunale la richiesta di un provvedimento d'urgenza per fermare ogni impianto e "impedire che continui a inquinare e a creare danni".
GELA (CALTANISSETTA) - Un avvocato di Gela, Luigi Fontanella, difensore dei genitori di una trentina di bambini malformati che, in sede civile, hanno chiamato a giudizio l'Eni quale presunto responsabile delle patologie dei propri figli, sta per presentare al tribunale gelese la richiesta di un provvedimento d'urgenza della magistratura (art. 700 cpc) per fermare ogni impianto della raffineria ancora in marcia ed "impedire che continui a inquinare e a creare danni". In attesa della costruzione di una "green refinery" per la produzione di bio carburanti, gli unici impianti attualmente in marcia nel petrolchimico, dopo lo stop per la crisi del settore deciso due anni addietro, sono la centrale termoelettrica, il depuratore biologico (che lavora anche i reflui cittadini) e le "utilities", col supporto dei servizi di sicurezza.

Nella sua istanza, Fontanella chiede anche la nomina di un custode cui affidare le aree da risanare, con ordine di bonifica totale, e la perimetrazione, nella piana di Gela, delle superfici in cui operano i pozzi di estrazione del petrolio e dei terreni attraversati dagli oleodotti dell'Enimed, lungo i quali si sono verificate perdite inquinanti di prodotto. A luglio, una commissione di cinque periti (tra cui due di fama internazionale) nominata dal tribunale civile di Gela, ha confermato una precedente perizia che affermava l'esistenza di un nesso di casualità tra inquinamento industriale e taluni tipi di malformazioni neonatali riscontrate sui bambini gelesi (spina bifida, palatoschisi, ecc.). In più, la relazione dei cinque periti del tribunale parla di "disastro ambientale permanente" per via del rilevante inquinamento di aria, acqua, suolo e sottosuolo, i cui effetti nocivi giungono all'uomo attraverso la catena alimentare. Per impedire "l'aggravamento dei danni e ulteriori rischi alla salute" dei gelesi, Fontanella perciò chiede al "giudice civile" il provvedimento cautelare che potrebbe avere pesanti ripercussioni sul fronte occupazionale già ridotto ai minimi termini. (ANSA).
La corruzione, il presidente della Corte dei Conti Squitieri e l'Eni 
di CARLOTTA SCOZZARI  11 FEBBRAIO 2015 
Continua a fare rumore il duro attacco appena sferrato dal presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, alla piaga dell'illegalità. "Crisi economica e corruzione procedono di pari passo, in un circolo vizioso, nel quale l'una è causa ed effetto dell'altra", ha tuonato Squitieri in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario. E ancora: "L'illegalità ha effetti devastanti sull'attività di impresa e quindi sulla crescita".



Qualcuno ha pensato che, nel suo attacco, potesse in qualche modo riferirsi all'Eni, visto che Squitieri assiste ai consigli di amministrazione del gruppo del cane a sei zampe in qualità di "magistrato della Corte dei Conti, delegato al controllo sulla gestione finanziaria". E visto che il colosso petrolifero italiano, controllato al 30% dallo Stato in maniera sia diretta sia indiretta (con Cdp), negli ultimi tempi è più volte finito al centro delle cronache giudiziarie per scandali legati a presunta corruzione. Come quello sulle possibili tangenti pagate a politici nigeriani, su cui ha acceso un faro la Procura milanese e che riguarda sia il numero uno attuale, Claudio Descalzi, sia quello precedente, Paolo Scaroni. 







Ma chi pensa che Squitieri si potesse riferire all'Eni nel suo attacco alla corruzione sembra essere completamente fuori strada. "Dalle analisi condotte dalla Corte, e dalle mie rilevazioni negli ultimi cinque anni - dichiarava il magistrato a Radiocor lo scorso aprile - emerge che Eni è stata costantemente gestita con




elevata correttezza, competenza e professionalità, elementi che hanno consentito di conseguire risultati molto importanti".
Su 13.000 nati in 10 anni quasi 700 hanno problemi Soprattutto ai genitali. Indaga la magistratura
Gela, nella città dei veleni è record di bimbi malformati
Studio della Regione: dove ci sono raffinerie ci si ammala di più si muore sempre di più

dal nostro inviato ATTILIO BOLZONI




L'impianto industriale del Petrolchimico di Gela

GELA - Dove volevano morire di cancro piuttosto che morire di fame i veleni hanno portato altri orrori. Ed è lì, solo lì tra le ciminiere che sputano fiamme che l'aria è un morbo. E' in quella Sicilia che un tempo sognava per i suoi giacimenti e per le sue trivelle che nascono bambini malformati, tanti. Più che a Porto Marghera. Più che a Taranto. Più che nell'inferno di Priolo e di Melilli. "Per le ipospadie un dato così alto non si era mai ufficialmente registrato in realtà industriali del mondo intero", rivela la relazione che un'équipe di periti ha appena consegnato alla magistratura di Gela. Sono numeri da paura.

Un'indagine scopre che su 13 mila nati tra il 1992 e il 2002 quasi 700 presentano malformazioni cardiovascolari, agli arti, all'apparato digerente, ai genitali esterni soprattutto. Queste ultime risultano superiori alla media nazionale più del 250 per cento. "In letteratura non è riportato nulla di simile, certi valori per le ipospadie si erano sfiorati fino ad ora solo nell'area di Augusta", spiega Fabrizio Bianchi, primo ricercatore del Cnr, coordinatore italiano delle rete europea sulle malformazioni congenite e anche uno degli esperti che sta "analizzando" i danni provocati dai camini che buttano fumi mortali dentro e intorno alla quinta città siciliana per abitanti, 100 mila, una striscia di terra dove in certi giorni il mare davanti è color dell'inchiostro. Ma paura fanno anche quegli altri risultati venuti fuori da uno studio del Ministero della Salute e dall'Osservatorio epidemiologico della Regione sui "siti industriali" dell'isola, il "triangolo" a nord di Siracusa, Milazzo, Biancavilla. Dove ci sono raffinerie ci si ammala sempre di più, si muore sempre più facilmente, l'incidenza dei tumori è del 50 per cento in più che nel resto della Sicilia. 

E' Gela il caso più spaventoso. Ed è a Gela che un'inchiesta giudiziaria proverà a stabilire il nesso di causalità tra veleni chimici e malformazioni.

Sono già state esaminate 50 mila cartelle cliniche, un'esplorazione a vasto raggio sui bimbi nati male e un'altra sulle morti sospette tra i 7 mila dipendenti transitati nei reparti degli stabilimenti dell'Anic e dell'Agip fin dal 1959, l'anno di apertura del Petrolchimico, l'anno del signore in cui Gela e quella Sicilia ammaliata da Enrico Mattei inseguirono il miraggio dell'oro nero.

La ricerca sugli effetti tossici è stata ordinata dal sostituto procuratore Alessandro Sutera Sardo, lo stesso che nel 2002 fece chiudere quattordici serbatoi e due depositi di carbone della raffineria. L'inchiesta procede sulla base dei numeri che fornisce un pool di esperti: Fabrizio Bianchi Cnr, Sebastiano Bianca, genetista, Pietro Comba, Iss, Annibale Bigeri, statistico. Sono loro che hanno raccolto ed elaborato i primi dati. "Ci sono picchi che lasciano sgomenti", racconta il sostituto procuratore Alessandro Sardo Sutera. La percentuale di bimbi malformati a Gela è di 40 su mille. Di quei 40 casi, 5 sono ipospadie. Ma tante sono anche le malformazioni cardiovascolari.

Ecco un passo della relazione degli esperti trasmessa alla procura: "L'eccesso di rischio osservato a Gela per i difetti dei setti cardiaci e dei grandi vasi è consistente. In particolare eccessi positivi sono stati riportati in associazione con contaminazione di metalli pesanti e/o solventi organoclorurati presenti nelle acque ad uso civico, piombo in aree contaminate, solventi organici in ambiente lavorativo o residenziale, composti fenolici, per l'esposizione materna e paterna a pesticidi e per la residenza vicina a discariche di rifiuti". Le sostanze che appestano sono tante altre. Idrocarburi aromatici. Diossine. Mercurio. Arsenico.

I quasi 700 bambini con handicap sono stati tutti individuati, rintracciati e visitati. "E cinque di loro sono stati salvati per miracolo, operati d'urgenza negli ospedali di Catania", ricorda il magistrato di Gela. La sua inchiesta scava sulle malformazioni ma punta anche a verificare un collegamento "tra la presenza del petrolchimico e i tumori". Una prima analisi ha accertato quanti morti di cancro ci sono stati negli ultimi 40 anni tra i dipendenti: 641. Una seconda analisi ha selezionato 195 casi, quelli di "elevata probabilità di ricondurre la morte all'esposizione" dei veleni dello stabilimento. Gli esperti stanno lavorando su questi 195 decessi. Per tumore al polmone se ne sono andati in 60, 35 quelli morti per un male all'apparato respiratorio e 34 per leucemia. Tutti gli altri per mesoteliomi, nefropatie, morbo di Parkinson. A Gela è stato riscontrato un tasso di mortalità superiore alla media italiana del 57% in più per i tumori allo stomaco per i maschi e del 74% in più al colon retto per le femmine, più del 13% gli uomini e più del 25% le donne gelesi decedute per malattie cardiovascolari, 20% in più le cirrosi diagnosticate a maschi e femmine. "Fino a questo momento abbiamo individuato 25 casi sicuri di persone colpite da tumore che lavoravano là dentro", dice Sutera Sardo, dipendenti del petrolchimico morti di petrolchimico.

Per le esalazioni di acido solforico e per l'amianto, per l'ammoniaca respirata, per il benzene e per il benzolo, per il mercurio. L'inchiesta giudiziaria sull'impianto di Gela sarà probabilmente chiusa alla fine dell'anno. Ma già i primi numeri raccontano quanto è costato il sogno industriale siciliano. 
14 LUGLIO 2015 

Eni, ecco che rischi corre. L'elenco della Corte dei 
Conti: "Tagliare i costi"
29 OTTOBRE 2014 
I magistrati contabili puntano il dito a 360 gradi: la gestione caratteristica stenta e il risultato positivo è determinato da operazioni straordinarie. L'invito a "snellire la struttura organizzativa". L'azienda sostiene di essere già al lavoro
MILANO - Un elenco lungo e importante di "segnali" che devono far scattare l'attenzione dei nuovi vertici. E' l'appunto che la Corte dei Conti consegna all'Eni al termine della relazione sul bilancio 2013 del colosso petrolifero italiano. La società non cresce, anzi molti settori sono in crisi e solo le operazioni straordinarie consentono di ottenere risultati brillanti. Uno scenario non rassicurante per il colosso petrolifero italiano, reduce da una gestione decennale da parte di Paolo Scaroni (la pagella della commissione Industria) e ora affidato al suo ex braccio destro Claudio Descalzi.



I magistrati contabili puntano il dito a largo spettro: "La riduzione dei ricavi nei principali settori della gestione caratteristica; la circostanza che l'utile 2013, e quello del primo semestre 2014 abbiano beneficiato di plusvalenze connesse a dismissioni (in particolare di quella di Mamba), che si sono riflesse anche sul flusso di cassa; le limitate prospettive di crescita in Europa; la delicata situazione sociale e politica e di incertezza che ancora perdura e si aggrava in più di uno dei Paesi produttori; la diminuzione della domanda e l'eccesso di offerta in vari settori di attività della Società sono tutti fattori che il nuovo management dell'Eni dovrà tenere nella dovuta considerazione, anche attuando efficaci politiche per la semplificazione e la razionalizzazione dei processi e per uno snellimento della struttura organizzativa atto a determinare significative riduzioni dei costi".

CORTE DEI CONTI Determinazione e relazione della Sezione del controllo sugli enti
sul risultato del controllo eseguito sulla gestione finanziaria
dell’ENI S.p.A.
per l’esercizio 2012
Determinazione n. 79/2013 26 LUGLIO 2013  
CAPITOLO V
6.
Controversie e problematiche particolari 
Si è già riferito per il passato che Eni è parte in procedimenti civili e
amministrativi e in azioni legali collegati allo svolgimento delle sue attività; si è
segnalato, altresì, che Eni ritiene che, tenuto conto dei fondi rischi esistenti, i vari
procedimenti non determineranno effetti negativi rilevanti sul bilancio consolidato e
che non sono stati, generalmente, appostati specifici stanziamenti a fronte dei
contenziosi, che si riassumono di seguito, in quanto la Società reputa improbabile un
esito sfavorevole dei procedimenti, o perché l’ammontare dello stanziamento non è
stimabile in modo attendibile.
Si aggiorna, brevemente, la situazione dei procedimenti più significativi (in
parte già evidenziata nel precedente referto), rinviando ai dettagliati elementi
contenuti nella relazione al bilancio di esercizio 201261
6.1. Ambiente 
6.1.1 Contenzioso penale
Verifica della qualità delle acque sotterranee nell’area della Raffineria di Gela 
E’ pendente presso la Procura della Repubblica di Gela un procedimento penale
avente ad oggetto la presunta violazione di norme ambientali in tema di inquinamento
delle acque e dei suoli nonché un’ipotesi di smaltimento non autorizzato di rifiuti
nell’ambito dell’attività della raffineria di Gela. Il Tribunale di Gela in primo grado e la
Corte di Appello di Caltanissetta hanno constatato l’intervenuta prescrizione dei reati
contestati escludendo la responsabilità civile. 
Sequestro di aree site nei Comuni di Cassano allo Jonio e Cerchiara di
Calabria 
Nel 2010, è stato notificato un provvedimento di sequestro preventivo di aree
site nei Comuni di Cassano allo Jonio e Cerchiara di Calabria, a seguito della rottura
dei teli posizionati a copertura dei rifiuti provenienti dallo stabilimento ex Pertusola
Sud. 
61 Il contenzioso è seguito e gestito dalla direzione affari legali di Eni che presta un servizio centralizzato per
tutte le società del mondo Eni; ne fanno parte oltre 250 legali (oltre al personale di staff ed ai paralegal),
dei quali oltre 100 di giurisdizione non italiana. Il servizio è presente in circa 20 sedi al mondo con uffici
principali a Milano, a Roma, in Kazakhstan, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Australia ed in Nigeria. La
direzione, come struttura centralizzata dipende direttamente dall’AD ed il suo direttore è membro del
comitato di direzione dell’Eni; i quattro responsabili di area legale sono membri dei comitati esecutivi delle
principali aree di business dell’azienda 
Syndial ha sottoscritto, con il Comune di Cerchiara, apposito atto transattivo
per il riconoscimento dei danni cagionati dalle discariche abusive realizzate sul
territorio comunale. 
A fronte di detto atto, il Comune ha rinunciato ad ogni azione
presente e futura con riferimento ai fatti di cui al procedimento penale.
Il 13 febbraio 2012 analogo atto transattivo è stato sottoscritto con il Comune
di Cassano, chiudendo, definitivamente, ogni pendenza di natura risarcitoria, mentre
continua il procedimento penale
Syndial SpA (quale società incorporante EniChem Agricoltura SpA -
Agricoltura SpA in liquidazione - EniChem Augusta Industriale Srl – Fosfotec
Srl) - sito di Crotone
Nel corso del 2010 la Procura della Repubblica di Crotone ha avviato
un’indagine relativa alla discarica ex Montedison “Farina Trappeto”, divenuta di
proprietà EniChem Agricoltura nel 1991. A decorrere dal 1991, anno in cui la discarica
è divenuta di proprietà del Gruppo Eni, non vi è stato più alcun conferimento di rifiuti.
Nel 2011, sono stati emessi avvisi di garanzia nei confronti anche di alcuni dirigenti di
società del Gruppo Eni che si sono succedute nella proprietà della discarica a partire
dal 1991, ai quali sono stati contestati il concorso nella realizzazione di disastro
ambientale e nell’avvelenamento di sostanze destinate all’alimentazione, nonché
l’omessa attivazione di operazioni per la bonifica dell’area.
Le indagini sono ancora in corso. 
Syndial SpA e Versalis SpA - Porto Torres
La Procura della Repubblica di Sassari ha chiesto il rinvio a giudizio, unitamente
a direttori e ad amministratori di altre società operanti nel sito, del direttore dello
stabilimento Syndial di Porto Torres, per disastro ambientale e avvelenamento di
acque e sostanze destinate all’alimentazione.
 
Il processo è stato annullato a seguito
dell’accezione di difformità tra l’ipotesi di reato contemplata nell’avviso di conclusione
delle indagini preliminari ed il capo di imputazione formulato nella richiesta di rinvio a
giudizio. Gli atti sono stati trasmessi alla Procura della Repubblica di Sassari. Si è in
attesa di nuovi sviluppi.  
6.1.2 Contenzioso civile e amministrativo
Azione di risarcimento danni, provocati dall’attività industriale nel territorio
del Comune di Crotone
 
La Presidenza del Consiglio, il Ministero dell’Ambiente, il Commissario per
l’emergenza rifiuti della Regione Calabria e la Regione Calabria hanno citato Syndial,
innanzi al Tribunale civile di Milano, perché la stessa venga condannata al risarcimento
del danno ambientale causato dalla Pertusola Sud (società incorporata in EniChem,
oggi Syndial) nel sito di Crotone. L’ammontare delle pretese risarcitorie del Ministero
dell’Ambiente sommate a quelle della Regione Calabria, portano al totale di 2.720
milioni di euro.
Agli inizi del 2012, il Tribunale ha emesso la sentenza che, nel condannare la
Syndial alla corretta esecuzione del progetto di bonifica, la obbliga, altresì, al
pagamento, a vantaggio della Presidenza del Consiglio e del Ministero dell’Ambiente, di
una somma di 56,2 milioni di euro con interessi dovuti dalla data della domanda.
È stato effettuato uno stanziamento al fondo rischi ambientali, che viene
progressivamente utilizzato per l’esecuzione degli interventi di bonifica. 
Atto di citazione per risarcimento danni per l’inquinamento da DDT del Lago
Maggiore 
Nel 2003 il Ministero dell’Ambiente ha citato in giudizio la controllata Syndial
SpA (già EniChem SpA) chiedendo il risarcimento di un danno ambientale
asseritamente causato dalla gestione del sito di Pieve Vergonte da parte di EniChem
nel periodo 1990-1996. Con sentenza di primo grado, Syndial è stata condannata al
risarcimento quantificato in 1.833,5 milioni di euro oltre agli interessi legali dalla data
del deposito della sentenza. A seguito dell’atto di appello alla sentenza formulato da
Syndial il giudizio prosegue dinanzi alla Corte d’Appello di Torino.
Nel corso dell’udienza del 15 giugno 2012, l’Avvocatura dello Stato ha
verbalizzato che il Ministero non intende eseguire la sentenza di primo grado fino
all’esito del giudizio di merito. 
Azione per il ripristino dello stato dei luoghi e il risarcimento danni promossa
dal Comune di Carrara per il sito di Avenza
 
Il Comune di Carrara ha promosso avanti al Tribunale di Genova una causa con
la quale ha chiesto a Syndial SpA, con il ripristino dello stato dei luoghi nel sito di
Avenza, il risarcimento di danni ambientali per circa 139 milioni di euro, di danni 
morali, per circa 80 milioni di euro, e di danni materiali e patrimoniali, per circa 16
milioni di euro. La richiesta è riferita a un incidente verificatosi nel 1984, a seguito del
quale EniChem Agricoltura SpA (successivamente incorporata in Syndial SpA), allora
proprietaria del sito, aveva posto in opera interventi di messa in sicurezza e di
bonifica. Nella causa è intervenuto il Ministero dell’Ambiente, che ha chiesto il
risarcimento del danno ambientale, da ripartire tra le diverse società che hanno
gestito lo stabilimento
Nel 2011, la Corte d’Appello ha confermato la sentenza di primo grado che
aveva respinto tutte le domande proposte dal Comune di Carrara, dal Ministero
dell’Ambiente e da Legambiente, in quanto infondate in fatto e in diritto, con
compensazione tra le parti delle spese di giudizio. Nel 2012, il Ministero dell’Ambiente
ha presentato ricorso in Cassazione avverso detta sentenza, rinnovando la richiesta di
condanna di Syndial al risarcimento integrale del danno ambientale.
Ricorso per accertamento tecnico preventivo
Nel 2012, è stato notificato alla Raffineria di Gela SpA, alla Syndial SpA ed
all’Eni SpA, un ricorso da parte di 18 genitori di bambini nati malformati a Gela tra il
1992 ed il 2007
Il ricorso è volto alla verifica dell’esistenza di un nesso di causalità tra
le patologie malformative di cui sono affetti i figli dei ricorrenti e lo stato di
inquinamento delle zone limitrofe al sito di Gela. Le operazioni peritali sono ancora in
corso.
.............
Gela, inchiesta della Procura sui bambini malformati
Il pm è intervenuto nel processo civile in corso intentato da trenta famiglie che hanno riscontrato
gravi malformazioni nei neonati, dovute con ogni probabilità alle sostanze inquinanti.
Il procuratore: "Andremo avanti"
03 novembre 2012 LORENZO TONDO 

BIMBI con sei dita alle mani o ai piedi. Alcuni nati senza un orecchio, altri senza il palato. Idrocefali con teche craniche di dimensioni abnormi. I numeri dicono che a Gela le malformazioni sono sei volte superiori alla media. Numeri in costante aumenta, finiti sul tavolo della Procura che ha aperto una nuova inchiesta per far luce sulle responsabilità. Sul banco degli imputati i veleni della raffineria. Sogno di Enrico Mattei trasformatosi presto in incubo quando i figli di Gela cominciarono a cadere sotto la scure degli agenti chimici che dal 1965 inquinano la città. Sono una trentina i casi al vaglio di un pool di periti. Trenta bambini con gravi malformazioni causate dalla contaminazione ambientale. Le loro famiglie, ora, chiedono giustizia.
Filippo Astuti ha 33 anni ed è senza lavoro. Nel 2006 sua figlia è nata con una grave palatoschisi, una malformazione del palato che comporta il pieno contatto fra la zona del naso e della bocca con seri problemi all'alimentazione, allo sviluppo del linguaggio e un alto rischio di infezioni broncopolmonari. Otto mesi di ricovero e due interventi molto delicati il lungo calvario di una bambina di appena 6 anni. Due anni più tardi, sua moglie è costretta a interrompere un'altra gravidanza. Il feto di 5 mesi che porta in grembo soffre di un irreversibile difetto natale. Ad oggi a Gela, non esistono fonti capaci di fornire indicazioni attendibili sulle malformazioni dei bambini nati morti o di quei feti per i quali i genitori hanno deciso l'aborto, dopo l'accertamento di patologie genetiche. "Siamo stanchi  -  dice Astuti  -  stanchi di stare a guardare. Abbiamo visto centinaia di medici. Girato decine di ospedali. Ci hanno detto che la causa è l'inquinamento. Ora però vogliamo giustizia. Vogliamo la verità sull'aria che stiamo respirando".
Si chiamano endocrine disruptors, distruttori endocrini. Sostanze artificiali prodotte da inquinanti come quelli emessi dalle raffinerie, in grado di intaccare i recettori ormonali, causando tumori, difetti alla nascita, disturbi dello sviluppo. Le falde di Gela ne sono imbottite. Nel 2003, il geologo Giuseppe Risotti e il chimico Luigi Turrito, incaricati allora dal sostituto procuratore Serafina Cannata, consegnarono una relazione secondo cui nella falda sottostante lo stabilimento giacevano 44 mila tonnellate di gasolio proveniente dalle perdite dei serbatoi. In quello stesso anno a Gela, uno studio realizzato dal genetista Sebastiano Bianca, uno dei massimi esperti nel campo, e dall'epidemiologo del Cnr Fabrizio Bianchi, riscontrò in città un'incidenza del 4 per cento di malformazioni sui neonati e più di 520 bambini affetti da patologie genetiche. Ipospadie all'apparato genitale, deformazioni cardiovascolari, malformazioni agli arti e all'apparato digerente.
"La situazione è preoccupante  -  afferma il dottor Bianca che lavora al caso come consulente tecnico per conto della Procura  -  qui, da 15 anni, le malformazioni genetiche sono costanti e di gran lunga superiori alle media". "Abbiamo raccolto dati e testimonianze  -  dice il procuratore capo di Gela Lucia Lotti  -  ed è la prima volta che un pm interviene in una causa civile contro le società del sito industriale. Quello delle malformazioni è forse l'aspetto più eclatante dell'indagine. Ma è solo un pezzetto dell'inchiesta. Andremo avanti per togliere una dopo l'altra le ombre, anche storiche, che hanno per troppo tempo offuscato la salute dei cittadini ".
Ad oggi, nella provincia di Caltanissetta, manca ancora uno studio specifico sul legame tra le polveri della raffineria e l'incremento di patologie tumorali e genetiche in città. "Nel 2010 ci provò un comitato di medici e ufficiali sanitari  -  racconta il dottor Ignazio Morgana, segretario provinciale della Federazione italiana medici di medicina generale di Caltanissetta  -  ma rimasi di sasso quando mi comunicarono i nomi dei partecipanti alle riunioni operative". Al tavolo della commissione, sedeva Giuseppe Ricci, dirigente Refining marketing dell'Eni e presidente di Raffineria Gela. E ancora, il dottor Macrì, responsabile nazionale sanità dell'Eni e l'ingegner Battista Grosso, al tempo ad della raffineria.
A Milazzo, nell'altro polo industriale della regione, dove i casi di malformazione denunciati da medici e famiglie sono in forte aumento, i dati sulla contaminazione e sulle conseguenze per la salute sono inesistenti. Ad Augusta, uno dei più imponenti poli petrolchimici italiani, nel 2000 il 5 per cento dei bambini è nato con malformazioni. Dopo un'indagine sulla vicenda, sei anni più tardi la Syndial, società del gruppo Eni, sborsò circa 11 milioni di euro per i cento casi di bambini malformati. "Ma attenzione a chiamarlo risarcimento  -  avverte Bianca, che nel 2005 partecipò insieme ad altri esperti all'indagine  -  Meglio chiamarlo indennizzo. In quel caso non si arrivò a una sentenza, che avrebbe pregiudicato l'azienda. La Syndial pagò, le famiglie incassarono e la vicenda cadde nel silenzio".

Quaranta milioni spesi dalla Regione per le bonifiche industriali mai fatte
Soldi stanziati per le aree a rischio, da Milazzo a Priolo Gargallo, ma senza obbligo di rendicontazione:
e gli appalti sono finiti nel nulla
03 novembre 2012 ALESSANDRA ZINITI

Almeno un terzo dei fondi, già stanziati, impegnati ed erogati, se ne sono andati per il mantenimento delle strutture commissariali, per pagare gli straordinari del personale, i compensi dei tanti esperti scomodati, gli studi commissionati, i progetti, persino la pubblicazione di bandi di gara poi mai espletati. Quel che è certo è che con gli oltre 40 milioni di euro erogati dalla Regione negli ultimi vent'anni per la bonifica delle aree industriali a rischio, da quella di Augusta-Priolo-Melilli a quella di Gela e, per ultimo, al comprensorio di Milazzo-San Filippo del Mela, tutto è stato fatto tranne quello che doveva essere fatto: nessun intervento sostanziale, niente di quello che dal 1990 esperti e commissioni di Unione europea, ministero per l'Ambiente, Regione pur hanno individuato e messo per iscritto in decine di relazioni. Non un sistema di monitoraggio permanente degli indicatori di rischio nelle aree industriali, non la messa in sicurezza di impianti che  -  come in tanti denunciano da anni  -  lavorano inquinando l'ambiente in zone della Sicilia dove l'incidenza delle patologie tumorali è vertiginosamente in aumento.

Il giallo dei 40 milioni di euro erogati senza alcun obbligo di rendicontazione, mai spesi per le finalità per le quali erano stati impegnati e finiti chissà dove è tutto nelle carte agli atti dell'Ufficio speciale per le aree ad elevato rischio di crisi ambientale diretto da Antonino Cuspilici. Ufficio speciale istituito alla scadenza delle strutture commissariali che per 15 anni avrebbero dovuto gestire la bonifica delle aree industriali di Siracusa e Caltanissetta dichiarate aree a rischio nel 1990.

E' una storia lunga più di vent'anni quella del mancato risanamento delle zone che gravitano attorno a petrolchimici, raffinerie e centrali elettriche che ancora oggi lavorano con le torce che sfiatano 24 ore su 24 inondando i territori di fumi e residui di lavorazione, con le cosiddette bolle di raffineria e soprattutto senza centraline che rilevino sistematicamente i livelli di inquinamento così come disposto dalla rigida disciplina europea che in Sicilia viene sistematicamente violata senza alcun intervento della magistratura. Nel 1990, dunque, lo stanziamento per gli interventi di bonifica su Siracusa e Gela, dopo la dichiarazione di aree a rischio, è di 100 miliardi di vecchie lire. Nel 1995 viene redatto il piano di risanamento con il trasferimento dei fondi dal ministero dell'Ambiente alla Regione ma nulla si muove. Il governo decide dunque di creare delle strutture commissariali affidandone la guida ai prefetti di Siracusa e Caltanissetta.

Le strutture non producono nulla, in termini di interventi, ma costano: ben 40 milioni di euro vengono erogati, poco più di 30 milioni a Siracusa, il resto a Gela. Ma mentre del previsto "potenziamento delle strutture di controllo ambientale" e di interventi nelle zone a rischio non c'è traccia, cifre a sei e nove zeri vengono impegnate alle voci "straordinario personale" e "compenso esperti": più di due milioni e mezzo di euro in un anno, tra il 2000 e il 2001 solo nel Siracusano. Un altro milione di euro viene "girato" ai comuni interessati, Priolo, Augusta, Melilli, più di venti milioni di euro sono impegnati per generiche "esigenze finanziarie per intervento nella provincia di Siracusa". Non va meglio alla struttura commissariale di Caltanissetta che impegna più di 8 milioni di euro per l'appalto di opere (mai realizzate) per le quali sono già state definite progettazioni esecutive, per anticipazioni di somme per indagini, studi e progettazioni. Un milione e 220 mila euro se ne vanno per la pubblicazione e l'aggiornamento del piano di risanamento, per gli oneri previsti per il funzionamento della struttura commissariale, oltre 430 mila euro in spese di pubblicità di bandi di gara e progettazione.

Nell'ottobre 2002 viene dichiarata area a rischio anche il comprensorio del Mela e la Regione stanzia sette milioni di euro. Venticinquemila euro se ne vanno subito per la pubblicazione di un bando di gara che poi viene revocato, 273 mila euro sono impegnati per la gestione 2003-2004 della rete di monitoraggio degli inquinanti atmosferici dell'area a rischio e 3 milioni e seicentomila euro per un appalto a base d'asta per l'affidamento dell'incarico per la creazione di un sistema informativo territoriale.


Vent'anni dopo, le dichiarazioni di aree a rischio a Siracusa e Gela, reiterate per 15 anni, il massimo previsto dalla legge, sono decadute, nessuno sa come sono stati spesi quei soldi e dove sono finiti e soprattutto in nessuna dei territori a forte rischio ambientale è stata realizzata neanche una rete di monitoraggio che permetta ai cittadini di quei territori di sapere se e quanto veleno respirano ogni giorno.

http://www.uonna.it/gela-inquinamento-inchiesta-procura-su-bambini-malformati.htm



di LORENZO TONDO 8 ottobre 2012 



Gela, dove nacque il sogno di Mattei ora si respirano polveri e veleni





Nel 1965, il presidente dell'Eni pensava di trasformare la città siciliana in uno dei più grandi centri di raffinazione in Italia. A distanza di quasi quarant'anni sono rimaste solo le malattie e le morti premature causate dalla contaminazione ambientale. Secondo l'Istituto superiore della sanità, solo nei siti petrolchimici ogni anno, sarebbero circa 50 i decessi oltre a 281 ricoveri per cancro 

GELA - Il mostro di Gela ha tentacoli lunghi come ciminiere. Dalle sue narici escono fumi neri come il petrolio. Nero come il suo mare senza pesci. Ha la pancia grossa come i trenta silos pieni di polveri e odori che si allungano sulla città. Veleni che uccidono. Che mietono più vittime che in qualsiasi altra parte in Sicilia.



Secondi gli studiosi dell'Istituto superiore della sanità, solo nei siti petrolchimici di Gela e Priolo, ogni anno, sarebbero circa 50 le morti premature causate dalla contaminazione ambientale, 281 i ricoveri per cancro, 2700 quelli per altre malattie. Numeri inquietanti, che non sembrano tuttavia impressionare chi in queste città respira l'aria da cinquant'anni. Asma, bronchite cronica, patologie cardiovascolari e tumori. I gelesi se li portano sulle spalle dal lontano 1965, quando il sogno di Enrico Mattei di trasformare la città in uno dei più grandi impianti di raffinazione in Italia prese vita. Un sogno diventato presto incubo quando centinaia di lavoratori cominciarono a cadere sotto la scure delle esalazioni di agenti chimici come mercurio, arsenico e cloro. 



Vincenzo Iraci le ha respirate per 25 anni. Più di due decenni trascorsi come lavoratore di uno degli impianti del Petrolchimico, pagati con un tumore alla tiroide e una brutta bronchite cronica. "Lavoravamo senza alcuna protezione  -  ricorda  -  C'erano vasche che contenevano più di 160 tonnellate di mercurio, che spesso ondeggiava ed evaporava nelle celle per le alte temperature. Io lavoravo il cloro. Tossivo per ore, fino a sputare sangue. Era come se qualcuno mi stesse strappando la gola". Iraci oggi ha quasi 60 anni. E ringrazia Dio per esserci arrivato. "Molti miei colleghi sono morti prima di compierne cinquanta  -  racconta  -  Alcuni addirittura 40. Tumori e malattie se li sono portati via". Salvatore Grasso non ce l'ha fatta. Deceduto per un cancro all'esofago. Oggi suo figlio Massimo è il presidente del Comitato degli ex lavoratori di Clorosoda, il "reparto killer" dell'Eni di Gela, dove, su 75 operai, più della metà si sono ammalati di tumore: venti di loro sono già morti. Gli altri lottano per rimanere in vita. "Dopo la morte di mio padre ricevetti una busta senza mittente  -  spiega  -  conteneva una serie di documenti sull'attività che svolgeva. Inclusa la cartella degli esami clinici effettuati dall'azienda. Notai che accanto a determinati valori c'erano degli asterischi. Ad esempio sul livello di mercurio. Erano valori molto alti che improvvisamente in alcuni periodi dell'anno si riabbassavano. Periodi che coincidevano con il trasferimento di mio padre in altri settori dell'impianto meno rischiosi". Quando i valori tornavano nei limiti di tollerabilità, i lavoratori venivano ritrasferiti nei settori di origine. "Insomma  -  continua Massimo - l'azienda sapeva che il mercurio s'infiltrava lentamente nel sangue degli operai. E l'unico provvedimento era quello di nascondere gli esami clinici e trasferire temporaneamente l'impiegato in altri settori in attesa che il mercurio tornasse ai livelli ottimali". Massimo ha inviato tutto ai magistrati. La procura qualche mese fa ha aperto un'inchiesta per accertare le responsabilità dell'azienda. Ennesima class action dei gelesi contro i patron del petrolio. La più scottante è arrivata sul tavolo della magistratura lo scorso maggio. Questa volta sono le mamme di Gela a chiedere giustizia. Giustizia per le malformazioni genetiche dei loro bambini causate dall'inquinamento petrolchimico. Una quarantina i casi al vaglio di un pool di periti. Palatoschisi, ipospadie all'apparato genitale, malformazioni cardiovascolari, agli arti e all'apparato digerente. I numeri dicono che le malformazioni a Gela sono sei volte superiori alla media siciliana.



Ad oggi, nella provincia di Caltanissetta, manca ancora uno studio specifico sul legame tra le polveri della raffineria e la contaminazione ambientale. "Nel 2010 ci provò un comitato di medici e ufficiali sanitari  -  racconta il dottor Ignazio Morgana, segretario provinciale della Federazione Italiana medici di medicina generale di Caltanissetta  -  ma rimasi di sasso quando mi comunicarono i nomi dei partecipanti alle riunioni operative". Al tavolo della commissione, sedeva infatti l'Ingegner Giuseppe Ricci, dirigente di Refining marketing dell'Eni e presidente di "Raffineria Gela". E ancora, il dott. Macrì, responsabile nazionale sanità dell'Eni e l'Ingegner Battista Grosso, al tempo amministratore delegato di "Raffineria Gela".



Percorrendo la statale 417 in direzione Siracusa, dopo circa 1 ora e mezza di macchina, arriviamo a Priolo, cuore di uno dei più imponenti poli petrolchimici della nazione. Qui, nel 2000, il 5 per cento dei bambini è nato con malformazioni genetiche. Numeri cinque volte superiori rispetto alla media nazionale. Sei anni più tardi la Syndial, società del gruppo Eni, risarcì alcune famiglie. Circa 11 milioni di euro per i cento casi di bambini nati con malformazioni. Ma a Priolo si continua a morire. Qui i decessi per tumore sono del 10 per cento maggiori rispetto alla media e più del 20 per il cancro ai polmoni.



Antonio tra qualche mese andrà in pensione. Ha una grave leucemia. E non ha ancora deciso se fare causa all'azienda. I vertici dell'impianto di Priolo lo sanno. E in cambio del suo silenzio, hanno messo sul suo piatto 2 anni di stipendio con una curiosa clausola. La formula è quella del "prendi i soldi e chiudi il becco": se Antonio accetta, non potrà per alcun motivo citare in giudizio l'azienda fino alla fine dei suoi giorni. Nel suo reparto sono già morti decine di operai.



Lorenzo Greco è un attivista di Legambiente. Il petrolchimico ha dato lavoro alla sua famiglia per due generazioni, con conseguenze però mortali per i suoi membri. "Mio nonno è morto di tumore  -  racconta - lavorava al cementificio di Augusta, adiacente alla zona industriale. Poi è stata la volta di mio zio, anche lui deceduto a causa di un cancro. Ha lavorato per 20 anni nella raffineria. E di recente un male ha colpito anche mio padre, ex lavoratore al petrolchimico di Priolo, e mio cugino. Qui purtroppo la vita è sempre andata così. Pensa che la gente vive con la valigia sotto il letto. In caso di incidente industriale si è sempre pronti a scappare".



"I numeri sui tumori stanno schizzando alle stelle  -  spiega Massimo Toppi, medico di famiglia ed ex sindaco di Priolo  -  E non dimentichiamoci che da noi questi sono gli anni in cui ci aspettiamo l'aumento dei mesoteliomi, tumori generati da esposizioni all'amianto. Qui lavoratori di Priolo che a lungo hanno maneggiato quegli agenti oggi hanno maturato i loro 40 anni di esposizione all'eternit. Ed è una patologia che può dormire anche 50 anni nel nostro organismo prima di manifestarsi".



A Priolo, a morire e ad ammalarsi, non sono però solo i cittadini. Per decenni, le aziende del petrolchimico hanno scaricato in mare migliaia di tonnellate di rifiuti tossici (mercurio e arsenico tra le sostanze più diffuse registrate dai biologi), con pericolose ripercussioni sulla fauna marina. "L'inquinamento della rada di Ragusa  -  spiega Pippo Giaquinta, responsabile Legambiente di Priolo  -  è oramai certificato da anni. In quelle acque si trova di tutto. Sono già comparsi i primi pesci con malformazioni genetiche. Gli stessi pesci che poi arrivano nelle nostre tavole. Ma l'economia non vuole fermarsi. E qui si continua a morire".



http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/10/08/news/gela-43935474/





























REPORT Gela, l’Eni alla sbarra: bambini malformati



AREE  RISCHIO AMBIENTALE, BAMBINI MALFORMATI, BONIFICHE, COMMISSARI, CORTE DEI CONTI DET 79 2013, CUSPILICI, eni, GELA, GRECO, MASTROIACOVO, Mattei, MILAZZO, PETROLCHIMICO, PRIOLO, SYNDIAL, TONDO, TOPPI, TUMORI, 

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